Sul decreto Bollette i deputati vicini all’ex generale Vannacci votano no alla fiducia: il governo non cade, ma il mito della compattezza comincia a incrinarsi.
Per mesi Giorgia Meloni ha costruito la propria forza attorno a un messaggio semplice: la destra governa compatta, senza le risse permanenti che per anni ha imputato agli altri. Ma la politica, prima o poi, presenta il conto anche a chi ha fatto della disciplina la propria immagine pubblica.
Il voto sul decreto Bollette segna per questo un passaggio che va letto con attenzione. I tre deputati legati a Roberto Vannacci — Rossano Sasso, Edoardo Ziello ed Emanuele Pozzolo — hanno scelto di votare contro la fiducia al governo. Non si tratta di un inciampo tecnico né di una semplice sfumatura parlamentare: è un segnale politico preciso, perché fino a oggi quel dissenso non si era mai spinto fino a negare la fiducia all’esecutivo.
La destra proverà a minimizzare. E in parte può farlo: i numeri non mettono in discussione la tenuta immediata del governo, che alla Camera ha ottenuto comunque 203 voti favorevoli. Ma proprio qui sta il punto. Le crepe non contano solo quando fanno cadere un esecutivo. Contano quando rompono una narrazione. E la narrazione di Meloni, finora, è stata quella di una maggioranza granitica, disciplinata, impermeabile alle tensioni. Il voto dei vannacciani racconta il contrario: racconta che dentro il campo della destra cresce una concorrenza politica che non si lascia più nascondere dietro la facciata dell’unità.
Non è un dettaglio che tutto questo esploda proprio sul decreto Bollette. Perché quando il tema è il costo della vita, la propaganda patriottica funziona meno. Le famiglie non misurano il governo sui post social o sulle parole d’ordine. Lo misurano sulle spese obbligate, sulle bollette, sul prezzo dell’energia, sul senso crescente di precarietà materiale. E se persino a destra qualcuno decide di usare quel terreno per marcare la distanza da Palazzo Chigi, significa che il disagio sociale è diventato troppo visibile per essere coperto con la sola comunicazione. L’area vicina a Vannacci ha motivato il no sostenendo che il decreto non raggiunge gli obiettivi e che le proprie proposte sarebbero state ignorate dal governo.
È qui che la premier dovrebbe preoccuparsi davvero. Non tanto per l’incidente parlamentare in sé, quanto per ciò che rappresenta. Roberto Vannacci e i suoi cercano spazio a destra di Meloni e lo fanno nel modo più semplice: accusando il governo di non essere abbastanza radicale, abbastanza identitario, abbastanza “duro”. È la dinamica classica delle destre quando iniziano a consumarsi al potere: prima si contendono il monopolio della propaganda, poi iniziano a contendersi il monopolio del malcontento.
E infatti questo strappo ha un significato che va oltre il rapporto personale tra Meloni e Vannacci. Dice che una parte della destra sente già il bisogno di differenziarsi. Dice che il collante del governo non è più intoccabile. Dice che l’unità sbandierata fin qui regge nei numeri, ma non più nella percezione politica.
Per il Movimento 5 Stelle, questa è una faglia da leggere con lucidità. Non perché Vannacci rappresenti un’alternativa, ma perché mostra la fragilità del racconto meloniano. Se perfino dentro l’area nazionalista e sovranista si apre una polemica sulla distanza tra promesse e risultati, allora il problema della premier non è solo l’opposizione: è la disillusione che si allarga anche nel suo stesso campo.
Alla fine il governo non è andato sotto. Ma sarebbe un errore fermarsi a questo dato. In politica, i passaggi contano anche per il simbolo che producono. E il simbolo di questa giornata è chiarissimo: per la prima volta Vannacci non vota la fiducia a Meloni, e con quel voto mette in scena una verità che Palazzo Chigi vorrebbe tenere nascosta — la destra non è più monolitica come continua a raccontarsi.


