Iran, pena di morte e confisca beni a chi aiuta il nemico

Il regime alza il livello della repressione interna mentre la guerra continua: per Teheran non conta solo chi combatte contro lo Stato, ma anche chi viene accusato di favorire i “governi ostili”, perfino con immagini e video.

In Iran la guerra non si combatte soltanto fuori dai confini o nei cieli del Golfo. Si combatte anche dentro il Paese, contro il dissenso interno. La magistratura iraniana ha avvertito che chiunque venga ritenuto colpevole di spionaggio o di collaborazione con governi ostili può essere punito con la pena di morte e con la confisca totale dei beni. Reuters riferisce che questo irrigidimento arriva nel pieno della guerra con Stati Uniti e Israele e si inserisce in una stretta già molto più ampia.

Il punto più grave è che il confine delle accuse si allarga ben oltre lo spionaggio classico. Secondo Reuters, le autorità iraniane hanno chiarito che perfino la condivisione di foto o video ritenuti utili al nemico può essere trattata come collaborazione d’intelligence. Questo significa che il bersaglio non è soltanto chi passa informazioni militari, ma anche chi documenta, diffonde contenuti o viene accusato di aiutare indirettamente gli avversari del regime.

Non si tratta di una minaccia solo teorica. I media iraniani, citati da Reuters, parlano di oltre 1.000 arresti nell’ultimo mese per presunta collaborazione con potenze ostili, registrazione di siti sensibili o diffusione di contenuti anti-governativi, mentre sarebbero già stati formulati circa 200 capi d’imputazione. Reuters ha inoltre riportato che il 2 aprile è stato eseguito un uomo arrestato dopo le proteste di gennaio, e pochi giorni prima altri due uomini erano stati messi a morte per presunti legami con un gruppo di opposizione. La stretta, quindi, non si limita agli annunci: sta già passando per arresti, processi e sentenze estreme.

A rendere il quadro ancora più pesante è il linguaggio ufficiale. Reuters ha riportato che il capo della polizia Ahmadreza Radan ha detto che chi scende in piazza sarà trattato “come un nemico, non come un manifestante”, aggiungendo che le forze di sicurezza hanno “il dito sul grilletto”. È una frase che pesa molto, perché cancella deliberatamente il confine tra protesta civile e ostilità militare: il dissenso non viene più presentato come un problema di ordine pubblico, ma come un’estensione del fronte di guerra.

Nel frattempo, i vertici della Repubblica islamica cercano di mostrare controllo e normalità. Reuters racconta che il presidente Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi sono comparsi in pubblico tra la folla a Teheran per proiettare resilienza e continuità del potere. Ma la stessa agenzia aggiunge il dato decisivo: questa immagine di stabilità si regge anche sul fatto che arresti ed esecuzioni hanno tenuto il dissenso lontano dalle strade. Il potere si mostra saldo anche perché il costo di ogni opposizione visibile è diventato molto più alto.

Qui entrano in gioco anche i gruppi per i diritti umani, che avevo sbagliato a lasciare fuori. ARTICLE 19 ha pubblicato un appello in cui chiede al regime iraniano di smettere di usare la pena di morte come arma per mettere a tacere il dissenso, di fermare le confessioni estorte sotto coercizione e di rilasciare le persone detenute per avere esercitato la libertà di espressione. Non è una formula retorica: è la lettura di un’organizzazione specializzata nel campo della libertà di parola, e rafforza l’idea che la guerra stia offrendo alle autorità iraniane una copertura perfetta per colpire più duramente chi dissente.

Anche il Guardian va nella stessa direzione. Il giornale britannico scrive che gruppi e attivisti per i diritti umani temono che la guerra stia facendo passare in secondo piano un’impennata di esecuzioni, con almeno 145 esecuzioni confermate dall’inizio dell’anno e oltre 400 ulteriori casi segnalati ma non verificati, dentro un contesto di blackout informativi, confessioni forzate, torture e processi poco trasparenti. Non tutte queste accuse hanno lo stesso livello di verifica di una fonte giudiziaria o di un’agenzia, ma il quadro complessivo è coerente con quanto già documentato da Reuters: la guerra sta rendendo ancora più dura la repressione interna.

In questo modo la guerra smette di essere solo un conflitto esterno. Diventa anche il contesto perfetto per colpire chi dissente, allargare le accuse e rendere più rischioso perfino raccontare ciò che accade. Ed è proprio questo che rende la stretta iraniana ancora più inquietante.

Lascia un commento