Iran, le 36 ore dell’aviatore USA in fuga: il blitz di salvataggio

Iran, le 36 ore dell’aviatore USA in fuga: il blitz di salvataggio

Più che un salvataggio, è stata una corsa contro il tempo dentro il territorio nemico. Secondo CENTCOM, il 4 aprile 2026 gli Stati Uniti hanno completato con successo il recupero dei due membri dell’equipaggio di un F-15E Strike Eagle abbattuto il 2 aprile durante una missione di combattimento in Iran. L’elemento decisivo è che i due non sono stati recuperati insieme: il primo aviatore è stato riportato a casa rapidamente, mentre il secondo è rimasto isolato ed è stato salvato solo dopo una seconda missione, molto più pericolosa.

Qui va chiarito anche un punto che in molti titoli italiani è stato semplificato troppo. Non si trattava di un solo “pilota”, ma di un equipaggio di due persone. Il disperso rimasto più a lungo dietro le linee era il weapons systems officer, cioè l’ufficiale addetto ai sistemi d’arma del velivolo. AP e Reuters spiegano che era ferito, che aveva almeno una distorsione alla caviglia e che per evitare la cattura si era nascosto in una zona montuosa. Corriere e La Stampa aggiungono che con sé aveva una pistola, un radiofaro di segnalazione e un dispositivo di comunicazione protetto, e che avrebbe passato circa 36 ore in fuga dagli iraniani. Questi dettagli sono coerenti con il quadro già tracciato dalle fonti americane.

Il dettaglio più impressionante riguarda proprio il modo in cui l’ufficiale è riuscito a restare invisibile. Reuters scrive che si era nascosto in una crepa della collina, mentre Corriere parla di una fessura tra le montagne e La Stampa di un nascondiglio usato per eludere le ricerche. AP aggiunge che l’aviatore riuscì perfino a salire di quota, nonostante le ferite, per migliorare le possibilità di comunicare. La sostanza, in tutte le versioni più attendibili, è la stessa: il superstite ha passato quasi due giorni a evitare la cattura in un ambiente ostile, affidandosi all’addestramento di sopravvivenza e a pochi strumenti essenziali.

A rendere possibile il recupero non è stata solo la forza militare, ma anche un lavoro massiccio di depistaggio. Reuters e AP concordano sul fatto che la CIA abbia diffuso una campagna di disinformazione dentro l’Iran per far credere che il disperso fosse già stato localizzato e spostato. La Stampa mette in evidenza proprio questo elemento del depistaggio, che nelle fonti americane appare come uno dei passaggi decisivi per guadagnare tempo e confondere i gruppi che lo stavano cercando. Prima ancora di autorizzare l’estrazione, gli americani hanno anche dovuto verificare che il contatto con il superstite non fosse una trappola.

La missione di recupero, poi, è stata tutt’altro che lineare. Reuters riferisce che gli Stati Uniti hanno fatto entrare in Iran circa 100 forze speciali, hanno disturbato le comunicazioni elettroniche e hanno bombardato strade di accesso per rallentare eventuali inseguitori. Ma nel momento più delicato due MC-130 hanno avuto un problema meccanico e non sono più riusciti a ripartire. Per diverse ore una parte dei commandos americani ha rischiato di restare bloccata in Iran. Alla fine Washington ha fatto evacuare uomini e superstite a ondate successive e ha scelto di distruggere sul posto i velivoli inutilizzabili, oltre ad altri mezzi, per non lasciare materiali sensibili al nemico.

Anche la fase iniziale della ricerca si era svolta sotto il fuoco reale. AP e Reuters riferiscono che almeno due elicotteri Black Hawk sono stati colpiti da fuoco iraniano, ma sono riusciti a rientrare. AP aggiunge inoltre che, nello stesso giorno in cui l’F-15E fu abbattuto, cadde anche un secondo aereo da combattimento americano, con il pilota poi recuperato. Questo ridimensiona parecchio la narrativa del blitz “pulito”: il salvataggio è riuscito, sì, ma dentro una finestra in cui l’Iran continuava a rappresentare una minaccia concreta anche per assetti aerei statunitensi.

Il punto finale è questo: il racconto cinematografico non è una semplice esagerazione giornalistica. Le fonti principali convergono davvero su una missione fuori scala: 36 ore di fuga, un uomo ferito nascosto tra le rocce con pochi strumenti, una campagna di depistaggio della CIA, commandos dentro l’Iran, elicotteri sotto attacco e aerei distrutti dagli stessi americani pur di non lasciare nessuno indietro. Più che una parentesi da action movie, è la fotografia di quanto questa guerra fosse già arrivata vicino a un livello di rischio molto più alto di quello raccontato nei comunicati ufficiali.

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