Hormuz riapre? No: Iran limita i transiti con pedaggi e smentisce Trump sul nucleare

Hormuz riapre? No: Iran limita i transiti con pedaggi e smentisce Trump sul nucleare

Dopo la tregua annunciata dagli Usa, nello Stretto di Hormuz passano ancora pochissime navi, oltre 180 petroliere restano bloccate e Teheran continua a usare il corridoio energetico come leva politica. Intanto da Islamabad dovrebbero partire i negoziati, ma sull’uranio la distanza tra Iran e Washington resta enorme.

Trump sta cercando di vendere questa tregua come la prova che la crisi in qualche modo stia rientrando. Ma se si guarda a Hormuz, la realtà è molto meno rassicurante: lo stretto non è tornato alla normalità, non è nemmeno vicino alla normalità. Reuters riferisce che il traffico è rimasto sotto il 10% dei volumi abituali, con appena sei navi transitate nelle ultime 24 ore contro circa 140 al giorno in tempi ordinari. E mentre la Casa Bianca parla di de-escalation, nel Golfo restano ancora più di 180 petroliere ferme, con circa 172 milioni di barili bloccati in attesa di capire quali siano davvero le nuove regole imposte da Teheran.

Questo è il primo punto politico da mettere a fuoco: la “riapertura” di Hormuz, nei fatti, non è una riapertura. L’Iran ha imposto alle navi una rotta controllata attorno all’isola di Larak e il passaggio deve avvenire in coordinamento con la marina dei Pasdaran, ufficialmente per evitare il rischio di mine. Ma una rotta obbligata, dentro un corridoio militarizzato e sotto supervisione iraniana, non equivale affatto al ritorno della libertà di navigazione. È piuttosto la prova che Teheran, pur senza una chiusura totale formale, continua a esercitare una pressione concreta sul punto più sensibile del commercio energetico mondiale.

Il secondo elemento nuovo è ancora più delicato, perché riguarda non solo la guerra ma l’assetto futuro di Hormuz. Reuters segnala che Teheran ha fatto capire di voler trasformare il controllo militare dello stretto anche in una leva economica, ipotizzando un sistema di pedaggi per il transito delle navi. Trump, intervistato da ABC, si è spinto persino a evocare una possibile joint venture con l’Iran per riscuotere quei pedaggi. Ma qui si apre uno scontro molto più grande del cessate il fuoco: la Grecia ha già definito “completamente inaccettabile” qualsiasi tassa di passaggio, avvertendo che sarebbe un precedente pericoloso contro la libertà di navigazione. In altre parole, il problema non è più soltanto se la tregua reggerà, ma chi comanderà davvero sullo stretto dopo la guerra.

Non è un dettaglio tecnico. Da Hormuz passava, prima della guerra, circa un quinto del petrolio e del gas mondiale. Reuters osserva che anche solo l’idea di uno “sportello Iran” permanente nello stretto rischia di incorporare prezzi energetici più alti per anni, tra maggiori premi assicurativi, costi di trasporto più elevati e rischio geopolitico strutturale. Barclays, non a caso, ha avvertito che un ritardo nella normalizzazione dei flussi attraverso Hormuz aumenta i rischi al rialzo sul petrolio rispetto allo scenario base. Il messaggio è chiaro: Trump può anche rivendicare una pausa militare, ma sul piano economico il conto della crisi continua a crescere.

C’è poi il terzo nodo, quello che rende i negoziati già fragili prima ancora di cominciare davvero: il nucleare. Reuters scrive che una delegazione iraniana è attesa a Islamabad nella notte di giovedì per colloqui definiti “seri” da Teheran, fondati sui dieci punti proposti dall’Iran. Ma nello stesso tempo la linea iraniana pubblica resta molto distante da quella raccontata dalla Casa Bianca. Washington sostiene che Teheran avrebbe indicato disponibilità a consegnare le proprie scorte di uranio arricchito; dall’altra parte, però, il capo dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica ha ribadito che nessuno fermerà l’arricchimento dell’uranio. Open, nella diretta di oggi, ha sottolineato proprio questo scarto: Trump vende un’apertura, Teheran continua a parlare come se il punto fosse non cedere.

Anche l’Europa, intanto, manda segnali che vanno nella direzione opposta rispetto all’ottimismo di facciata americano. La Francia ha detto apertamente che il cessate il fuoco deve coprire anche il Libano e che l’Iran deve riaprire il traffico a Hormuz. È un passaggio importante, perché conferma che ormai il problema non è solo il confronto diretto Usa-Iran, ma la credibilità complessiva di un accordo che continua a essere interpretato in modo diverso da tutti gli attori coinvolti. Se Israele continua a colpire in Libano, se Hormuz resta di fatto contingentato e se sul nucleare le versioni restano incompatibili, allora la “pace” venduta da Trump somiglia più a una campagna di comunicazione che a una vera stabilizzazione.

In questo quadro, il vero dato politico non è più soltanto la fragilità della tregua. Il punto è che Hormuz non è affatto tornato libero, mentre l’Iran prova a trasformare il controllo dello stretto in una leva strategica, economica e diplomatica. Intanto i colloqui che dovrebbero abbassare la tensione partono già con una frattura evidente sul nucleare: Washington parla di aperture, Teheran ribadisce che sull’arricchimento dell’uranio non intende arretrare. Più che l’inizio di una stabilizzazione, questa fase somiglia quindi a una tregua solo parziale, che congela per ora lo scontro militare diretto ma lascia aperti i fronti energetico, commerciale e politico.

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