Film su Regeni senza fondi, Giuli nega la censura ma il caso travolge il Mic: terza dimissione nella commissione

Film su Regeni senza fondi, Giuli nega la censura ma il caso travolge il Mic: terza dimissione nella commissione

Il ministro della Cultura scarica tutto sulla procedura tecnica e parla di decisione “non politica”, ma dopo il no al documentario su Giulio Regeni il sistema dei contributi selettivi entra in piena crisi: dopo Mereghetti e Galimberti lascia anche Ginella Vocca, mentre il governo promette di cambiare le regole.

Alessandro Giuli continua a ripetere che non c’è stata alcuna censura sul film dedicato a Giulio Regeni. Ma più il ministro prova a smarcarsi, più il caso diventa politico. Perché la sua difesa ruota tutta attorno a un argomento formale — la commissione è autonoma, il ministero non può intervenire — mentre i fatti raccontano che proprio quel meccanismo oggi è finito in crisi aperta. Dopo il mancato finanziamento al documentario Giulio Regeni, tutto il male del mondo, il Mic non si trova davanti a una semplice polemica parlamentare, ma a una contestazione che investe ormai la credibilità stessa delle commissioni che decidono quali opere meritano sostegno pubblico.

Nel question time alla Camera dell’8 aprile, Giuli ha sostenuto che attribuire al ministero una volontà di censura è “privo di fondamento” e ha aggiunto di non condividere né sul piano ideale né su quello morale l’esclusione del documentario, insistendo però sul fatto che non si tratterebbe del frutto di una scelta politica. La linea difensiva del ministro è chiara: il dicastero, per legge, non può orientare i giudizi della commissione tecnica e il film sarebbe stato bocciato due volte, nel 2024 e nel 2025, da sezioni diverse, senza raggiungere la soglia minima prevista. Una risposta pensata per chiudere il caso, ma che in realtà ha finito per allargarlo.

Il motivo è semplice: mentre Giuli parla di procedura neutra, la commissione si sta sfaldando davanti agli occhi di tutti. Paolo Mereghetti e Massimo Galimberti hanno già lasciato il loro incarico dopo le polemiche sul mancato sostegno al film. E oggi, 9 aprile, si è aggiunta anche Ginella Vocca, presidente del MedFilm Festival, che ha inviato la propria lettera di dimissioni al ministro. A questo punto non siamo più davanti a un incidente isolato, ma a un organismo che perde pezzi proprio nel momento in cui dovrebbe difendere la propria autorevolezza.

Il dato tecnico che Giuli usa per difendersi esiste davvero, ma non basta a spegnere il sospetto politico. Il bando della Direzione generale Cinema e audiovisivo prevede che per accedere ai contributi selettivi servano almeno 80 punti. Secondo le ricostruzioni pubblicate in queste ore, il documentario su Regeni si sarebbe fermato a 66 punti, piazzandosi 36esimo in graduatoria. I voti più bassi sarebbero arrivati soprattutto sulle voci legate a qualità e originalità del soggetto, visione del regista, apporto del cast artistico e coerenza economico-produttiva del progetto. Il punto, però, è proprio qui: quando un film già premiato, già distribuito e dedicato a una delle ferite civili più profonde del Paese viene giudicato insufficiente sul piano del “valore” da una commissione nominata in un clima politico già avvelenato, la questione smette di essere solo tecnica.

Anche perché il documentario non è un’opera marginale o improvvisata. ANSA ricorda che il film di Simone Manetti ha vinto il Nastro della Legalità 2026 e ripercorre il sequestro, le torture e l’uccisione del ricercatore friulano in Egitto. Wired sottolinea che il docufilm è stato realizzato con un budget di circa 328 mila euro, era già arrivato in sala dal 2 febbraio e ora tornerà nei cinema anche come risposta pubblica alla bocciatura ministeriale. Secondo ANSA e Wired, sono oltre 60 le sale coinvolte nella nuova programmazione, mentre sono previste proiezioni anche in 76 università e perfino a Bruxelles al Parlamento europeo. Più che un film qualunque, insomma, è diventato un simbolo civile che continua a vivere nonostante il no del ministero.

Ed è qui che la versione di Giuli comincia a scricchiolare sul piano politico. Perché se davvero il problema fosse solo un punteggio insufficiente, non si spiegherebbe la valanga di reazioni istituzionali, culturali e associative che si è abbattuta sul Mic. Oltre all’interrogazione del Pd a prima firma Elly Schlein, ANSA ha riferito di tre interrogazioni complessive presentate da Pd, Più Europa e Avs. RaiNews ha raccontato anche il malumore del settore, con associazioni e operatori che contestano il criterio con cui si decide “cosa merita di essere raccontato”. Quando una procedura formalmente tecnica produce una crisi di fiducia così vasta, il problema non è solo l’esito della graduatoria: è il sistema che la genera.

Il ministero, del resto, sembra essersene accorto. ANSA riferisce che dal Collegio Romano si attendevano le dimissioni dei responsabili della bocciatura e che la sottosegretaria Lucia Borgonzoni ha annunciato una revisione complessiva del sistema delle commissioni, da discutere come primo punto al prossimo incontro con le associazioni del comparto cine-audiovisivo. È un passaggio politico pesantissimo: se davvero tutto fosse lineare, imparziale e inattaccabile, non ci sarebbe bisogno di cambiare le regole nel mezzo della bufera. Il fatto che il governo prometta di riscrivere il funzionamento delle commissioni è già, di per sé, una mezza ammissione che qualcosa non ha funzionato.

Sul fondo resta poi un altro elemento che rende la vicenda ancora più scomoda per il governo Meloni: Giulio Regeni non è un nome neutro. È una ferita ancora aperta della Repubblica, una vicenda che continua a interrogare i rapporti tra Italia ed Egitto, la credibilità delle istituzioni e la capacità dello Stato di difendere fino in fondo la ricerca di verità e giustizia. Proprio per questo la formula usata da Giuli — “nessuna censura” — rischia di suonare insufficiente. Perché nessuno sostiene che esista una prova scritta di una censura diretta; il punto politico è un altro: quando l’opera su Regeni viene esclusa e intanto saltano commissari, fioccano interrogazioni e il ministero corre a promettere nuove regole, l’idea che si tratti solo di una fredda valutazione tecnica diventa sempre meno credibile.

Alla fine Giuli potrà continuare a ripetere che non si è trattato di censura. Ma quando un film su Giulio Regeni resta senza fondi, una commissione perde tre membri e il ministero annuncia di voler riscrivere le regole, la domanda non è più se la decisione sia stata solo tecnica. La domanda è quanta fiducia sia rimasta, oggi, nelle istituzioni culturali di questo governo.

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