Memorandum Italia-Israele, il governo rinnova la cooperazione militare

La cooperazione militare tra Italia e Israele va avanti anche nella finestra del 2026. Non è un dettaglio tecnico: è una decisione che arriva mentre Roma protesta con Tel Aviv sul Libano e continua a dire di voler tenere aperta la via diplomatica.

Il memorandum tra Italia e Israele sulla cooperazione nel settore militare e della difesa entra nella finestra che lo porta a proseguire anche oltre il 2026, fino al 2031, perché il governo non ha esercitato la facoltà di denunciarlo. La cornice giuridica è nota da tempo: negli atti della Camera si ricorda che l’intesa, firmata a Parigi il 16 giugno 2003 e ratificata dall’Italia con la legge n. 94 del 2005, prevede una durata di cinque anni con rinnovo automatico per altri cinque in assenza di una notifica scritta di denuncia; in quel caso cesserebbe sei mesi dopo la ricezione della notifica. La stessa documentazione parlamentare indicava già aprile 2026 come passaggio decisivo.

È qui che cade il primo argomento usato spesso per sgonfiare la polemica, cioè l’idea che si tratti solo di un automatismo. L’automatismo esiste, ma la scelta di non fermarlo è comunque politica. E pesa ancora di più perché questo memorandum non riguarda un ambito secondario: negli stessi atti parlamentari si legge che disciplina la cooperazione in settori come industria della difesa, politica degli approvvigionamenti, scambio di materiali militari, operazioni umanitarie, organizzazione, formazione e addestramento delle forze armate, servizi medici. Non è quindi un testo simbolico o marginale. È una cornice ampia, che continua a tenere aperto un canale strutturato proprio nel punto più sensibile del rapporto tra i due Paesi.

In realtà la linea dell’esecutivo era già stata anticipata. Il 28 maggio 2025 il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, rispondendo alla Camera, aveva detto che il rinnovo dell’accordo era previsto per aprile 2026 e che, per far prevalere la diplomazia, bisognava costruire canali di interlocuzione e non reciderli. Nei mesi successivi il centrodestra ha poi respinto le richieste dell’opposizione di denunciare formalmente l’intesa. Quello che succede adesso, quindi, non è una sorpresa dell’ultima ora: è la conferma di una scelta che il governo aveva già deciso di difendere politicamente.

Il problema è che questa continuità arriva in un momento molto più delicato di prima. L’8 aprile l’Italia ha convocato l’ambasciatore israeliano dopo che colpi sparati da militari israeliani hanno colpito un convoglio italiano dell’UNIFIL in Libano. Secondo Reuters, Antonio Tajani ha definito inaccettabile l’episodio, mentre Giorgia Meloni ha chiesto a Israele di fermare gli attacchi in Libano. Ed è proprio qui che il rinnovo del memorandum diventa politicamente più pesante: da una parte il governo alza i toni della protesta, dall’altra lascia in piedi il principale quadro di cooperazione militare con Tel Aviv.

Il punto che il Movimento 5 Stelle continua a sollevare è lineare, e per questo difficile da liquidare. Se la linea ufficiale del governo è che alcune mosse israeliane sono diventate inaccettabili, se l’Italia arriva perfino a convocare l’ambasciatore dopo quanto accaduto in Libano, allora diventa complicato spiegare perché proprio il canale militare debba restare intatto. Non basta dire che serve il dialogo, se poi il settore che si sceglie di tenere aperto è quello della difesa. È qui che la critica del M5S acquista forza: non come slogan, ma come obiezione di coerenza politica.

Il governo, naturalmente, la legge in modo opposto. La tesi è che, in una fase internazionale così tesa e con militari italiani direttamente esposti in Medio Oriente, chiudere un memorandum di questo tipo sarebbe un errore e toglierebbe uno strumento di interlocuzione in un’area già instabile. È una posizione chiara, ma non elimina la contraddizione. Perché tenere aperti i canali diplomatici non è la stessa cosa che lasciare invariata una cornice di cooperazione militare e della difesa proprio mentre si contestano le scelte di Israele sul terreno. La differenza politica è tutta qui.

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