La Commissione europea ha avviato la procedura per sospendere o revocare i fondi alla Biennale di Venezia dopo la riapertura del padiglione russo. Zaia e M5S attaccano Bruxelles, mentre il governo prende le distanze da Buttafuoco.

La partita sulla Biennale di Venezia non riguarda più soltanto l’arte. È diventata uno scontro politico pieno, in cui si incrociano guerra in Ucraina, autonomia culturale, fondi europei e rapporti sempre più tesi tra Bruxelles e una parte delle istituzioni italiane. La Commissione europea ha infatti messo nero su bianco la possibilità di sospendere o revocare finanziamenti alla Fondazione Biennale dopo la decisione di consentire la riapertura del padiglione russo alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte del 2026, come si legge nella presa di posizione ufficiale diffusa dalle istituzioni europee.

Il punto, però, è più delicato di come è stato raccontato nelle prime ore. Bruxelles non sta contestando un dettaglio organizzativo, ma la coerenza politica e simbolica di un’istituzione culturale che riceve fondi UE e che decide di riaprire uno spazio nazionale russo mentre la guerra prosegue. La linea europea è chiara: la cultura non deve diventare una piattaforma di normalizzazione o propaganda per un Paese aggressore, soprattutto in una fase in cui l’Unione prova a tenere compatto il fronte politico contro Mosca.

Qui si innesta il nodo più pesante. I circa 2 milioni di euro evocati in queste ore non sono una semplice voce amministrativa: diventano una leva politica vera. E proprio questo cambia la natura del caso. Non siamo più davanti a una discussione accademica sulla libertà dell’arte, ma a uno scontro istituzionale in cui Bruxelles usa il peso dei finanziamenti per imporre una linea coerente con la propria posizione sulla guerra.

La Biennale, dal canto suo, non ha fatto marcia indietro. Ha rivendicato di aver agito nel rispetto delle norme vigenti e ha fatto capire di voler difendere la propria autonomia, coerentemente con l’impostazione già presente nella pagina ufficiale dedicata alle partecipazioni nazionali della Biennale Arte 2026. La difesa della Fondazione è semplice: non c’è stata alcuna violazione formale, quindi Bruxelles non può trasformare una divergenza politica in una sanzione economica.

Ma è proprio qui che il conflitto esplode. Per la Commissione europea, infatti, non basta dire che tutto rientra nei margini giuridici, se poi il risultato concreto è offrire alla Russia un palcoscenico internazionale di altissimo profilo mentre il Cremlino continua la sua offensiva militare e simbolica. La questione, quindi, non è più soltanto legale. È apertamente politica.

Anche il governo italiano, almeno sul piano formale, ha evitato di coprire la scelta di Pietrangelo Buttafuoco. Il Ministero della Cultura ha fatto sapere che la partecipazione russa sarebbe stata decisa in autonomia dalla Fondazione Biennale, prendendo così le distanze da una decisione che fin dall’inizio appariva esplosiva. È un passaggio tutt’altro che secondario: Palazzo Chigi non ha voluto intestarsi questa apertura e ha lasciato intendere che il caso sarebbe ricaduto interamente sulla governance della Biennale.

In questo quadro si inserisce la reazione di Luca Zaia, che ha scelto una posizione diversa sia da Bruxelles sia dal governo. Il presidente del Veneto ha ricordato che l’aggressore è la Russia e l’aggredita è l’Ucraina, ma ha anche sostenuto che la Biennale potrebbe diventare un’occasione per parlare di pace, e non l’ennesimo terreno di scontro ideologico. È una posizione che prova a tenere insieme la condanna dell’invasione e il rifiuto di una logica di esclusione culturale permanente.

Ancora più netta la linea del Movimento 5 Stelle. Il capogruppo al Senato Luca Pirondini ha parlato di atto grave e arrogante, accusando Bruxelles di voler interferire sull’autonomia culturale italiana attraverso il ricatto dei fondi. È una critica che ha un peso politico preciso, perché sposta il baricentro della discussione: non più soltanto la presenza russa sì o no, ma il diritto dell’Unione europea di usare i finanziamenti come strumento di pressione politica su un’istituzione culturale italiana.

Ed è proprio questo il cuore del caso. La domanda non è se la Russia abbia titolo morale per essere presente alla Biennale: sul piano politico europeo la risposta di Bruxelles è già netta. La domanda vera è un’altra: fino a che punto l’UE può usare il portafoglio per imporre una linea culturale, anche quando uno Stato membro non arriva a un divieto formale?

Per questo la vicenda va ben oltre Venezia. Se Bruxelles andrà fino in fondo, il messaggio sarà che la linea politica sulla guerra prevale anche sul terreno culturale, senza eccezioni. Se invece la Biennale riuscirà a resistere, si aprirà un precedente importante sul rapporto tra libertà artistica, autonomia amministrativa e finanziamenti europei. In mezzo resta una frattura ormai evidente: l’Europa considera il padiglione russo un problema politico da fermare; una parte dell’Italia lo legge come il tentativo di trasformare una guerra già devastante in una censura permanente anche sul piano simbolico.

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