Caro energia, Ue fredda sulle deroghe al Patto di stabilità: aiuti sì, flessibilità no

Bruxelles riconosce il rischio di stagflazione e promette aiuti mirati a famiglie e imprese, ma sulle deroghe fiscali resta fredda. La flessibilità piena si concede alla difesa; sul caro vita, invece, prevale ancora il rigore.

L’Europa ammette che il caro energia è un problema sociale, ma per ora rifiuta di trattarlo come una vera emergenza fiscale. È questo il messaggio che emerge dalle ultime prese di posizione europee: davanti al nuovo shock provocato dalla guerra con l’Iran, Bruxelles non nega il rischio per famiglie, imprese e crescita, ma continua a muoversi dentro una linea molto prudente. Tradotto: sostegni sì, ma temporanei, mirati e fiscalmente controllati; una nuova sospensione larga del Patto di stabilità, invece, non è sul tavolo.

La formula ufficiale è arrivata già all’Eurogruppo del 27 marzo. Il presidente Kyriakos Pierrakakis ha spiegato che le misure contro il caro energia devono essere “targeted, fair and effective”, cioè mirate, eque ed efficaci, con priorità per famiglie e imprese più vulnerabili. Ma c’è un altro pezzo della stessa frase che pesa almeno quanto il resto: quegli interventi devono anche restare temporary, cioè temporanei. È qui che si vede il limite politico della risposta europea: si riconosce il problema, ma lo si tiene dentro una cornice di rigore che esclude, almeno per ora, una vera riapertura dei margini fiscali.

Che il quadro sia serio lo ha detto in modo molto esplicito anche Valdis Dombrovskis. Dopo la riunione dei ministri delle Finanze, il commissario europeo ha parlato apertamente di rischio stagflazione per l’Unione: anche uno shock energetico relativamente breve, ha spiegato, potrebbe tagliare di 0,4 punti la crescita Ue del 2026 e alzare l’inflazione fino a 1 punto; se invece la crisi dovesse protrarsi, la crescita potrebbe perdere fino a 0,6 punti sia nel 2026 sia nel 2027. Eppure, nello stesso ragionamento, Dombrovskis ha anche ricordato che molti Paesi europei hanno spazi fiscali molto limitati per via dell’alto debito e dell’aumento della spesa militare. Il problema, insomma, è riconosciuto. La disponibilità a rispondere con flessibilità vera, molto meno.

Questa prudenza non nasce oggi. Già il 19 marzo, quando l’impennata dei prezzi dell’energia cominciava a farsi sentire con forza, Reuters riferiva che l’Unione stava lavorando a una toolbox di misure temporanee per contenere bollette e carburanti, evitando però di riaprire subito strumenti eccezionali troppo ampi. Dietro questa scelta c’era una paura molto concreta: usare troppo presto tutto il margine disponibile e ritrovarsi senza armi fiscali se la crisi fosse peggiorata ancora. È una logica comprensibile sul piano tecnico, ma molto più problematica sul piano sociale, perché rischia di spostare ancora una volta il peso dell’emergenza sui bilanci delle famiglie prima che sui dogmi di bilancio.

Ed è qui che emerge la contraddizione più politica dell’intera vicenda. Per la difesa europea la flessibilità esiste già. Per il caro energia che colpisce cittadini e imprese, invece, no. La national escape clause consente agli Stati membri di avere margini di bilancio aggiuntivi per aumentare la spesa militare; il Consiglio e la Commissione spiegano che questa clausola permette flessibilità specifica per la difesa e che il quadro tecnico prevede fino a 1,5% del PIL di spesa aggiuntiva annuale, fino al 2028, senza attivare automaticamente le normali sanzioni fiscali. In altre parole: quando si tratta di riarmo europeo, Bruxelles ha già costruito il meccanismo. Quando si tratta di affrontare il caro vita, invece, continua a parlare soprattutto di aiuti mirati e temporanei.

Per l’Italia il nodo è ancora più delicato. Giancarlo Giorgetti ha detto chiaramente che, se la crisi mediorientale dovesse durare, l’Unione finirà per dover discutere di una maggiore flessibilità sulle regole del deficit. Reuters riporta che il ministro dell’Economia teme già un peggioramento dei conti italiani, con crescita più debole, bollette più care e il rischio di non centrare l’obiettivo di deficit al 2,8% del PIL. Ma proprio qui si scontra con la linea prevalente a Bruxelles: non una nuova sospensione generale del Patto, bensì interventi ristretti, selettivi e a termine. Per un Paese già sotto procedura per deficit eccessivo, questo significa avere meno spazio proprio quando servirebbe di più.

Intanto il quadro macroeconomico si è già deteriorato. Secondo AP, l’inflazione dell’Eurozona è salita al 2,5% a marzo, dall’1,9% di febbraio, sotto la spinta del nuovo rincaro energetico. E la stessa Reuters ha spiegato che il rialzo dei prezzi di petrolio e gas legato al conflitto con l’Iran ha riaperto in Europa il timore di una fase di bassa crescita e inflazione più alta, cioè esattamente lo scenario che l’Unione dice di voler evitare. Il paradosso è che Bruxelles ammette il rischio, ma continua a pensare la risposta più come una gestione contabile che come una protezione economica forte.

Il punto politico, allora, è tutto qui. L’Ue continua a parlare di tutela dei cittadini, ma quando si passa dagli slogan agli strumenti veri il riflesso resta quello del rigore. Gli aiuti devono essere “mirati”, “temporanei”, “equi”: formule comprensibili, certo, ma anche molto comode per non riaprire una discussione più profonda sul fatto che senza margini fiscali reali la protezione sociale resta inevitabilmente limitata. E se la flessibilità ampia è già stata costruita per la difesa, diventa difficile spiegare perché non possa esistere almeno un livello simile di coraggio fiscale anche per difendere redditi, consumi e tenuta produttiva.

La verità è che Bruxelles non sta dicendo che il caro energia non sia grave. Sta dicendo che non vuole ancora pagare il prezzo politico di trattarlo come un’emergenza che giustifica nuove deroghe vere. È una distinzione fondamentale. Perché se lo shock dovesse allungarsi, il rischio è sempre lo stesso: l’Europa scopre il problema in tempo, ma arriva troppo tardi sugli strumenti. E allora la promessa di “proteggere i più vulnerabili” rischia di restare quello che troppo spesso è già stata: una formula rassicurante, mentre il peso reale della crisi continua a scaricarsi soprattutto su chi ha meno margini per assorbirlo.

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