Conte incontra l’inviato di Trump e la destra monta il caso

Il pranzo pubblico con Paolo Zampolli viene usato contro il leader del M5S, ma i rapporti ufficiali con gli Stati Uniti passano da Crosetto, basi militari e dossier di governo.

Il caso politico costruito attorno al pranzo tra Giuseppe Conte e Paolo Zampolli dice molto più sulla destra italiana che sul leader del Movimento 5 Stelle. Perché Conte incontra l’inviato di Trump in un ristorante del centro di Roma, in pieno giorno, e subito parte la macchina dell’insinuazione. Eppure i fatti raccontano altro: Conte ha spiegato che l’incontro è avvenuto su richiesta formale di Zampolli, che ha esibito le sue credenziali di inviato speciale del presidente Trump per le partnership globali, e che proprio per evitare qualsiasi opacità ha voluto che si tenesse in un luogo pubblico. ANSA e altre ricostruzioni riportano anche che il leader M5S ha respinto come offensive le illazioni sul vertice, ribadendo di aver confermato all’interlocutore le posizioni del Movimento.

Il punto, allora, non è il pranzo. Il punto è il doppio standard. Perché un leader di opposizione che incontra pubblicamente un emissario americano diventa improvvisamente uno scandalo nazionale, mentre i rapporti quotidiani tra il governo Meloni e Washington vengono trattati come normale amministrazione, anche quando toccano dossier molto più sensibili. Basta guardare a Guido Crosetto: il 2 marzo il ministro della Difesa ha avuto un colloquio in videoconferenza con il sottosegretario statunitense Elbridge Colby proprio sugli sviluppi in Iran e sulla crisi in Medio Oriente, definendolo un confronto utile e cordiale. Non si trattava di un pranzo al ristorante, ma di un contatto ufficiale tra governi su uno dei teatri più esplosivi del momento.

La differenza vera è tutta qui. Quando Conte parla con un uomo vicino a Trump, la destra prova a dipingerlo come ambiguo. Quando invece è il governo a gestire i rapporti con Washington su guerra, basi e cooperazione militare, tutto diventa improvvisamente legittimo, sobrio, istituzionale. Eppure proprio in questi giorni l’Italia si trova al centro di un passaggio delicatissimo con gli Stati Uniti: il caso Sigonella, il no italiano all’uso della base per certe operazioni americane verso il Medio Oriente, le tensioni sulle regole di impiego delle infrastrutture Usa nel nostro Paese, fino all’informativa che Crosetto terrà alla Camera il 7 aprile. Altro che pranzo: è lì che si misura il rapporto reale tra Roma e Washington.

Per questo la polemica contro Conte sa tanto di operazione politica costruita a tavolino. Serve a trasformare un incontro pubblico in un sospetto, ma soprattutto serve a spostare l’attenzione da una verità più scomoda: mentre il governo tratta con gli Stati Uniti su sicurezza, basi militari e crisi internazionale, a finire sotto processo mediatico è il capo dell’opposizione che accetta un confronto alla luce del sole. Non è difficile capire perché. Conte resta uno dei pochi leader che prova a tenere insieme critica alla guerra, autonomia italiana e interlocuzione internazionale. Ed è proprio questa postura a dare fastidio, non certo il fatto di aver mangiato pesce con Zampolli.

Alla fine, dunque, la domanda non è che cosa ci fosse dietro il pranzo. La risposta, nei fatti, è piuttosto semplice: c’era un incontro richiesto formalmente, avvenuto in pubblico, tra un emissario americano e il leader di un partito di opposizione. La domanda vera è un’altra: perché la destra contro Conte si agita tanto per una tavola in centro a Roma, ma tace o minimizza quando i rapporti tra il governo e gli Stati Uniti toccano i nodi più pesanti della politica estera e militare italiana? È qui che il caso cambia faccia. E smette di raccontare Conte.

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