La Commissione Ue chiede misure volontarie di risparmio carburante, soprattutto nei trasporti. L’IEA indica una strada precisa: lavoro da remoto dove possibile, meno voli di lavoro, logistica più efficiente. Per le aziende italiane il rischio è pagare più degli altri.
Se il primo effetto della crisi energetica è l’aumento dei prezzi, il secondo rischia di entrare direttamente dentro l’organizzazione delle aziende europee. La Commissione europea, nel chiedere agli Stati membri di coordinarsi di fronte alle tensioni sui mercati energetici dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, non ha ancora parlato di chiusure obbligatorie o settimana corta imposta da Bruxelles. Ha però invitato i governi a promuovere misure volontarie di risparmio carburante, con particolare attenzione al settore dei trasporti, spiegando che bisogna proteggere “cittadini e imprese” in caso di crisi prolungata.
Tradotto in termini concreti, il messaggio è semplice: prima ancora dei sussidi, l’Europa sta guardando a come si muovono le persone, le merci e le attività produttive. Non è un dettaglio tecnico. Eurostat ricorda che nel 2024 il 31% dell’energia usata nell’Ue è stato assorbito dai trasporti, mentre l’IEA sottolinea che il trasporto su strada pesa per circa il 45% della domanda mondiale di petrolio. È qui che si gioca la prima partita del contenimento dei costi, ed è qui che le imprese tornano al centro del discorso.
Per questo lo smart working non è più solo un tema da welfare aziendale o da dibattito post-pandemia. Nel rapporto pubblicato il 20 marzo, l’Agenzia internazionale dell’energia inserisce al primo posto tra le misure immediate proprio il “work from home where possible”. Il dato più interessante è quello sull’impatto: tre giorni aggiuntivi di lavoro da remoto, per chi svolge mansioni compatibili, potrebbero ridurre a livello nazionale i consumi di petrolio legati alle auto tra il 2% e il 6%; per il singolo lavoratore che passa da zero a tre giorni di remoto in una settimana di cinque giorni, il taglio dei consumi personali per gli spostamenti in auto può arrivare fino al 20%.
Il punto, però, non è soltanto il pendolarismo. L’IEA allarga esplicitamente il ragionamento a governi, famiglie e imprese, e tra le dieci azioni rapide indica anche la riduzione dei voli di lavoro quando esistono alternative. Secondo il rapporto, una riduzione di circa il 40% dei viaggi aerei per motivi professionali è realisticamente ottenibile nel breve periodo senza compromettere la produttività, e potrebbe tagliare la domanda di cherosene tra il 7% e il 15%. Per molte aziende europee questo significa una cosa molto concreta: riunioni virtuali al posto delle trasferte, politiche travel più restrittive, revisione delle flotte aziendali, car sharing e guida più efficiente per la rete commerciale e per la logistica. Questa è un’inferenza, ma è una conseguenza diretta delle misure che la Commissione e l’IEA stanno mettendo sul tavolo.
In questo quadro, il precedente più estremo resta quello dello Sri Lanka, che l’IEA cita come esempio di risposta d’emergenza: chiusura degli uffici pubblici il mercoledì e settimana di fatto ridotta per tagliare i consumi. Ma il punto europeo, almeno per ora, non è arrivare a quel livello. Il punto è che le aziende vengono spinte a diventare il primo laboratorio del risparmio energetico: non solo perché possono farlo più rapidamente, ma anche perché per i governi è molto più semplice incentivare smart working e minori trasferte che imporre misure drastiche generalizzate ai cittadini.
Per l’Italia questo scenario pesa più che altrove. Eurostat mostra che nel 2024 il gas naturale rappresentava il 36% dell’energia disponibile in Italia, contro una media Ue del 21%. In parallelo, Reuters segnala che il governo italiano considera il quadro abbastanza serio da chiedere possibile flessibilità europea sui conti pubblici se la crisi dovesse durare, dopo aver già approvato 500 milioni di euro per prorogare il taglio delle accise sui carburanti fino al 1° maggio. Sempre Reuters ricorda che il Golfo pesa per una quota rilevante delle importazioni energetiche italiane e che 10 carichi di Gnl destinati all’Italia sono stati cancellati tra aprile e metà giugno. Per un sistema produttivo come quello italiano, dove manifattura, trasporti, filiere lunghe e mobilità aziendale contano moltissimo, questo significa costi più alti e meno margini di assorbimento.
La conseguenza è che il tema non riguarda solo le grandi multinazionali o il settore energetico. Riguarda soprattutto le PMI, che hanno meno capacità di negoziare i costi, meno riserve e spesso meno strumenti per riorganizzare rapidamente produzione, consegne e trasferte. Non a caso la Commissione, dentro il suo piano sull’energia accessibile, sta lavorando anche con industria e operatori economici, mentre sul fronte del sostegno strutturale ricorda che la Banca europea per gli investimenti ha approvato una iniziativa da 17,5 miliardi di euro per l’efficienza energetica delle PMI, con 6 miliardi già erogati nel 2025 a beneficio potenziale di fino a 150 mila piccole e medie imprese europee. Il segnale è chiaro: nel breve periodo si chiede alle imprese di consumare meno; nel medio periodo si prova a spingerle a investire per diventare meno vulnerabili.
Anche la Banca d’Italia ha già certificato che il problema non è teorico. Nelle proiezioni di aprile vede la crescita italiana al 0,6% nel 2026 e al 0,5% nel 2027, con inflazione al 2,6% quest’anno, collegando il peggioramento proprio all’instabilità internazionale e al rincaro dell’energia. È qui che il ritorno dello smart working assume un significato politico oltre che aziendale: non più come eccezione sanitaria, ma come strumento difensivo per ridurre costi, carburante e pressione sui bilanci. Il rischio, però, è che tutto si trasformi nell’ennesimo adattamento scaricato su lavoratori e imprese, senza una strategia abbastanza forte su salari, investimenti, trasporto pubblico e sostegno alle PMI. Perché chiedere alle aziende di fare meno trasferte e più remoto può avere senso; farlo senza affrontare la fragilità energetica dell’Italia significa solo spostare il peso della crisi da un capitolo di spesa all’altro.
In altre parole, il nuovo fronte europeo non è solo la recessione. È la riorganizzazione forzata del lavoro. E l’Italia, ancora una volta, rischia di arrivarci più esposta degli altri.

