Crosetto sulle basi Usa, il M5S lo incalza: “Non siamo in guerra” ma l’Italia è già in prima linea

Crosetto sulle basi Usa, il M5S lo incalza: “Non siamo in guerra” ma l’Italia è già in prima linea

Alla Camera il ministro della Difesa difende l’uso delle basi Usa in Italia e nega che il Paese sia in guerra con l’Iran. Ma il Movimento 5 Stelle lo attacca sul punto politico vero: mentre il governo minimizza, l’Italia guida ormai tutte le principali missioni marittime Ue nel Mediterraneo allargato.

Guido Crosetto ha provato a spegnere il caso Iran con una formula giuridica: “non siamo in guerra”. Ma alla Camera quella linea non ha convinto, perché il problema politico sollevato dalle opposizioni — e soprattutto dal M5S — resta tutto in piedi. Nel resoconto stenografico della seduta del 7 aprile, il ministro della Difesa rivendica che l’Italia si muove “nella legge, nei trattati internazionali e nella Costituzione”, insiste sul fatto che nessun governo di qualsiasi colore abbia mai messo in discussione gli accordi con Washington e ribadisce che rispettare quei trattati non significa entrare in guerra con Teheran. ANSA ha sintetizzato la sua linea con la formula: “sappiamo far rispettare i trattati, non siamo in guerra”.

Il punto, però, è che il M5S non contestava la sola esistenza dei trattati: contestava l’uso politico di quei trattati come scudo per non rispondere sul presente. Nel verbale della Camera, Riccardo Ricciardi accusa Crosetto di aver passato gran parte del tempo a parlare del 2018, del 2019 e del 2020, cioè dei governi precedenti, evitando invece il nodo attuale: quanto l’Italia sia coinvolta nelle operazioni americane contro l’Iran e quale sia oggi il grado reale di esposizione del Paese, con Trump arrivato a minacciare la distruzione di “un’intera civiltà”. È qui che il Movimento colpisce il punto più sensibile: la continuità formale con il passato non cancella la discontinuità politica del presente.

Anche il Pd e Avs hanno battuto sullo stesso nervo. Chiara Braga ha contestato a Crosetto di aver fatto quasi un’informativa sui governi precedenti più che sull’oggi, mentre Nicola Fratoianni ha chiesto chiarimenti operativi molto concreti, compreso il possibile uso di un drone Reaper partito da Sigonella durante le recenti operazioni americane di recupero in Iran. È proprio questa la faglia che il governo non è riuscito a chiudere: da una parte la difesa astratta degli accordi, dall’altra l’assenza di risposte pienamente convincenti su come quelle regole siano state applicate nelle ultime mosse Usa.

E qui entra il punto che rende molto più fragile la formula di Crosetto. Dire che l’Italia non è formalmente in guerra può anche essere corretto sul piano giuridico. Ma sul piano operativo e strategico il Paese è oggi molto più esposto di quanto il ministro lasci intendere. Dal 1° aprile 2026 l’italiano Andrea Bielli ha assunto il comando della forza di EUNAVFOR MED Irini, come stabilito da una decisione ufficiale pubblicata su EUR-Lex. Dal 14 marzo 2026 il comando della forza di EUNAVFOR Aspides è passato all’italiano Milos Argenton, come confermato dall’EEAS. E dal 20 febbraio 2026 l’Italia è anche alla guida della forza di Operation Atalanta, con Daniele Paolo Martinuzzi, secondo il sito ufficiale di EUNAVFOR. In questo momento, dunque, l’Italia guida sul piano tattico o di forza tutte e tre le principali missioni navali Ue nel Mediterraneo allargato e lungo le rotte che toccano Suez, Bab el-Mandeb, Golfo di Aden e asse del Golfo/Hormuz.

Ed è proprio questo il punto che incrina la difesa del ministro. Perché se da un lato Crosetto invita a non confondere il rispetto dei trattati con uno stato di guerra, dall’altro l’Italia si trova ormai in una posizione di primo piano dentro il dispositivo europeo di sicurezza marittima che presidia i principali choke points internazionali. Non è una guerra dichiarata, certo. Ma non è neppure la neutralità operativa che la formula “non siamo in guerra” può far immaginare all’opinione pubblica. Il M5S, in Aula, ha colto proprio questa contraddizione: non basta dire che il Paese non è formalmente belligerante, se intanto aumenta la sua centralità nei teatri che incrociano direttamente la crisi iraniana.

Crosetto ha provato anche a chiedere unità nazionale, sostenendo che l’Italia non può muoversi con “rotture isteriche” né con “subordinazione infantile” e che serve coesione davanti a una fase segnata dalla follia e dal rischio nucleare. Ma proprio questa richiesta di unità si è rovesciata contro di lui. Perché, se davvero la situazione è così grave, allora le domande del Parlamento non sono un fastidio ideologico: sono il minimo necessario per evitare che la collocazione internazionale dell’Italia venga ridotta a una catena di automatismi sottratti al controllo politico. È la ragione per cui la critica del M5S appare oggi più incisiva di quella degli altri: non nega le alleanze, ma rifiuta che diventino un lasciapassare per non spiegare nulla.

Su questo sfondo si inserisce il retroscena del Corriere della Sera, secondo cui il ministro sarebbe uscito dall’Aula molto irritato, convinto di non aver potuto replicare abbastanza e che le opposizioni non avessero capito ciò che aveva spiegato. Questo resta un retroscena giornalistico, non un fatto verbalizzato. Ma il nervosismo politico descritto dal Corriere è coerente con ciò che si è visto in Aula: Crosetto ha blindato la forma, ma non ha vinto la battaglia sulla sostanza.

La verità è che la linea del governo si regge sempre più su una distinzione che non basta più a rassicurare. L’Italia può anche non essere formalmente in guerra con l’Iran, ma è già inserita in un quadro operativo, logistico e strategico molto più avanzato di quanto il governo voglia ammettere pubblicamente. È questo il punto che il Movimento 5 Stelle ha portato al centro dell’Aula: non contestare la legalità dei trattati, ma smascherare l’uso dei trattati come copertura politica per evitare di dire fin dove ci stiamo spingendo davvero. E in una crisi come questa, è una differenza enorme.

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