Nella lettera a Wopke Hoekstra, firmata anche dall’Italia, i cinque ministri chiedono un nuovo strumento europeo contro gli extra-profitti delle società energetiche e parlano di un segnale ai cittadini. Ma il precedente italiano nasce nel 2022 con Draghi, mentre l’esecutivo Meloni nel 2023 ha mantenuto il contributo di solidarietà riducendone però l’impatto atteso.
Quando i prezzi dell’energia salgono e famiglie e imprese pagano il conto, a Bruxelles il governo italiano torna a riscoprire la tassa sugli extraprofitti. Il 3 aprile Giancarlo Giorgetti, insieme ai ministri di Germania, Spagna, Portogallo e Austria, ha firmato una lettera indirizzata al commissario europeo Wopke Hoekstra per chiedere un nuovo strumento europeo contro gli utili straordinari delle società energetiche, in risposta alla nuova fiammata dei prezzi provocata dalla guerra con l’Iran. Reuters conferma che la Commissione ha ricevuto la proposta e la sta valutando.
La lettera, su questo, è molto più esplicita di quanto sembri in molti riassunti politici. I cinque ministri scrivono che una “soluzione europea” sarebbe “un segnale ai cittadini dei nostri Stati membri e all’economia nel suo complesso”, perché mostrerebbe che l’Unione sa agire in modo unito. Non solo: aggiungono che servirebbe anche a mandare “un chiaro messaggio” a chi trae profitto dalle conseguenze della guerra, chiamandolo a fare la propria parte per alleggerire il peso sul pubblico. È un passaggio politicamente forte, perché lega in modo diretto profitti straordinari, guerra e redistribuzione del costo sociale della crisi.
C’è poi un altro dettaglio che pesa. Nella stessa lettera i ministri ricordano di aver “sostenuto e promosso” all’Eurogruppo del 27 marzo 2026 misure per tassare gli extraprofitti delle imprese energetiche e chiedono alla Commissione di sviluppare “uno strumento analogo a livello Ue, fondato su una solida base giuridica”. In altre parole, Giorgetti oggi si colloca pienamente dentro una linea europea che rivendica questo tipo di intervento fiscale come risposta possibile al caro energia.
Il punto, però, è che in Italia quella strada non l’ha aperta il governo Meloni. Il primo vero intervento nazionale sugli extraprofitti energetici fu varato dal governo Draghi con l’articolo 37 del decreto-legge 21 del 2022, che introdusse il contributo straordinario contro il caro bollette a carico delle imprese del settore energetico. Questo è il precedente normativo reale da cui parte tutta la discussione italiana.
Ed è proprio qui che emerge la contraddizione politica più interessante. Perché oggi Giorgetti firma una lettera europea che richiama quel modello e ne chiede una nuova versione comunitaria, ma nel frattempo la destra italiana ha raccontato per mesi quella stagione come se fosse un’eccezione da maneggiare con estrema cautela. Reuters ricordava già nel 2022 che il gettito del primo ciclo di tassazione era rimasto inferiore alle attese iniziali, e che il nuovo esecutivo Meloni puntava per il 2023 a raccogliere circa 2,5-2,6 miliardi con un meccanismo rivisto.
Ma il punto politico non è solo quanto si voleva incassare: è anche come si è scelto di intervenire. La legge di bilancio 2023 ha effettivamente mantenuto un contributo di solidarietà temporaneo per il settore energetico, disciplinato dai commi 115-119 dell’articolo 1 della legge 197/2022. Quindi il governo Meloni non ha cancellato del tutto l’impianto. Però i documenti ufficiali mostrano anche che quell’intervento è stato corretto in modo da attenuarne l’impatto atteso.
I materiali parlamentari del Senato sono molto chiari. Nel dossier sul decreto del 2023 per il settore energetico si legge che, dai chiarimenti del governo, emergeva l’aspettativa di un maggiore utilizzo delle riserve “con lo scopo di ridurre l’impatto del contributo di solidarietà”. Lo stesso fascicolo quantifica l’effetto in un minor gettito stimato di 404 milioni di euro nel 2023. Quindi sì: il governo Meloni ha prorogato un contributo sugli extraprofitti, ma ha anche introdotto correttivi che ne hanno abbassato la resa prevista.
Nel frattempo il contesto europeo è tornato a peggiorare. AP riferisce che i cinque ministri chiedono questo nuovo intervento mentre l’inflazione dell’Eurozona è risalita al 2,5% a marzo dall’1,9% di febbraio, e Reuters scrive che i prezzi dell’energia nell’Ue sono saliti di oltre il 70% dalla fine di febbraio 2026. È da qui che nasce la nuova pressione per una risposta comune: evitare che l’ennesima crisi energetica si scarichi interamente su famiglie, imprese e bilanci pubblici.
A quel punto la domanda politica diventa inevitabile: se oggi il governo italiano sottoscrive una lettera che chiede di colpire gli extraprofitti a livello europeo, perché in Italia ha già mostrato tanta cautela proprio quando si trattava di farlo davvero? La risposta sta probabilmente nella doppia lingua della maggioranza. Da un lato c’è la firma di Giorgetti in una lettera che parla di equità, cittadini e redistribuzione del costo della crisi; dall’altro, nelle reazioni di giornata, Forza Italia ha chiesto che la misura non sia “punitiva” per le imprese, mentre la Lega è tornata a evocare la possibilità di riconsiderare le forniture di petrolio e gas dalla Russia.
Il risultato è una fotografia abbastanza nitida della destra italiana. Quando c’è da chiedere sacrifici ai cittadini, il linguaggio diventa quello della responsabilità. Quando invece si toccano i profitti straordinari dei grandi gruppi energetici, la linea si riempie di distinguo, cautele e correzioni. Eppure la lettera firmata da Giorgetti dice esattamente il contrario: che chi guadagna dalla guerra deve fare la propria parte. È una frase difficile da contestare sul piano sociale, ed è anche il punto su cui il Movimento 5 Stelle può colpire più facilmente la contraddizione del governo. Perché se il principio è giusto a Bruxelles, deve valere anche a Roma.
La verità, allora, è più semplice di come la racconta Palazzo Chigi. Giorgetti oggi non sta inventando nulla: sta risalendo su una strada aperta dal governo Draghi nel 2022, mentre l’esecutivo Meloni, nel 2023, ha scelto di mantenere quella linea ma ammorbidendola. Ora che la crisi torna a mordere, il governo prova a recuperare un profilo europeo e sociale. Resta da capire se lo farà davvero fino in fondo oppure se, ancora una volta, la tassa sugli extraprofitti servirà solo come slogan utile finché non protestano abbastanza le lobby e gli alleati di maggioranza.

