Le nuove stime di S&P tagliano la crescita italiana 2026 allo 0,4% e avvertono che, se lo shock petrolifero peggiora, in Europa l’inflazione potrebbe superare il 5% già tra maggio e giugno. Il problema non è solo la guerra: è la fragilità economica con cui il continente ci arriva.
Se la guerra con l’Iran continua a spingere in alto petrolio, gas e costi energetici, l’Europa rischia di entrare in una fase molto più seria di una semplice fiammata inflattiva. Secondo quanto riportato da ANSA sulle nuove stime di S&P Global, l’area euro vedrebbe la crescita 2026 scendere all’1% dall’1,2% precedente, mentre l’Italia sarebbe il Paese più colpito, con una crescita dimezzata allo 0,4% dallo 0,8% stimato in precedenza. Nello stesso scenario, avverte l’agenzia di rating, se lo shock petrolifero fosse più severo e durasse oltre il caso base, l’inflazione europea potrebbe superare il 5% tra maggio e giugno e l’economia potrebbe scivolare in recessione tecnica a metà anno.
Questo passaggio è importante perché sposta il discorso dalla geopolitica pura all’economia reale. La guerra non è più soltanto una crisi esterna da osservare con preoccupazione. È uno shock che entra dentro i bilanci delle famiglie, dentro i costi delle imprese e dentro le scelte delle banche centrali. E se il continente è già debole, l’energia torna a essere il punto in cui si sommano tutte le fragilità: crescita bassa, produttività stagnante, debito alto in alcuni Paesi e margini fiscali molto più stretti rispetto agli anni del Covid.
L’Italia, dentro questo quadro, emerge come l’anello più esposto. Non solo per le stime di S&P, ma anche perché altre fonti autorevoli stanno andando nella stessa direzione. Reuters ha riferito che Confindustria ha già abbassato la previsione di crescita 2026 allo 0,5%, avvertendo che se il conflitto dovesse proseguire nel secondo trimestre l’economia italiana rischierebbe la stagnazione, mentre se arrivasse fino all’ultimo trimestre potrebbe perfino entrare in recessione con una contrazione dello 0,7%. La stessa Reuters ha riportato poi che la Banca d’Italia ha rivisto la crescita 2026 allo 0,6%, collegando il peggioramento all’instabilità internazionale, al caro energia e all’aumento dell’incertezza. Non sono numeri identici, ma raccontano tutti la stessa cosa: l’Italia è più vulnerabile di quanto la propaganda governativa abbia provato a far credere.
Il problema, però, non si ferma ai confini italiani. Anche la BCE ha già corretto le sue previsioni: Reuters riferisce che Francoforte vede ora l’inflazione 2026 al 2,6% nell’area euro, sopra il target del 2%, e la crescita allo 0,9% invece dell’1,2% previsto prima. La banca centrale ha aggiunto esplicitamente che, in caso di guerra prolungata e interruzioni più pesanti su petrolio e gas, l’inflazione andrebbe più in alto e la crescita più in basso rispetto allo scenario base. È esattamente la combinazione che l’Europa temeva di più: non solo prezzi più alti, ma anche attività economica più debole.
Non a caso, dentro la stessa BCE stanno già emergendo allarmi più espliciti. Reuters ha riportato che il governatore greco Yannis Stournaras ha detto chiaramente che l’Europa potrebbe entrare in recessione se il petrolio salisse sopra i 150 dollari al barile. È un punto da non sottovalutare, perché collega la soglia energetica a una soglia macroeconomica: oltre un certo livello, il problema non è più la sola inflazione, ma la tenuta complessiva dell’economia europea. E oggi quella soglia non appare più così teorica come sembrava qualche mese fa.
Nel frattempo, i dati più recenti confermano che lo shock è già arrivato. Reuters ha riferito che a marzo l’inflazione dell’area euro è salita al 2,5%, con l’energia responsabile della parte più importante dell’aumento. Il punto non è solo che i prezzi salgono. Il punto è che l’Europa si ritrova di nuovo nel suo vecchio incubo: energia più cara, crescita più debole, politica monetaria sotto pressione e governi che devono decidere se intervenire con misure tampone o lasciare che il costo della crisi si scarichi su famiglie e imprese.
Ed è qui che la situazione europea diventa politicamente interessante. Per anni Bruxelles ha parlato di autonomia strategica, sicurezza energetica, transizione e resilienza. Ma di fronte a uno shock serio, il continente torna a mostrare la sua dipendenza dai colli di bottiglia globali e la difficoltà a costruire una risposta davvero comune. Confindustria ha chiesto una reazione europea su debito comune ed energia; alcuni governi stanno valutando nuove misure di sostegno; la BCE discute se l’inflazione richiederà addirittura rialzi dei tassi. Nel frattempo, però, i costi corrono già adesso, mentre la risposta politica resta più lenta dello shock.
In questo quadro, la frase più importante non è forse neppure quella sullo 0,4% italiano, pur pesantissima. È l’idea che, se il conflitto dura e il petrolio resta alto, l’Europa possa ritrovarsi con inflazione oltre il 5% e recessione tecnica nello stesso momento. Significa tornare a uno scenario da vera crisi, non da semplice rallentamento. E significa anche che il continente sta pagando il prezzo di una debolezza accumulata nel tempo: crescita modesta, industria energivora, risposta fiscale limitata, dipendenza dalle rotte globali e margini politici sempre più stretti.
Per l’Italia questo conto rischia di essere ancora più salato. Se S&P vede il nostro Paese come il più colpito, e se altre istituzioni indipendenti continuano a tagliare le stime, allora il problema non è più solo come attraversare la guerra. Il problema è che l’economia italiana arriva a questo shock già stanca, con poca crescita, poca produttività e pochissimo spazio per assorbire nuovi colpi. Per questo la crisi non è “dietro l’angolo”: ha già iniziato a entrare nelle previsioni ufficiali. E quando succede, di solito la realtà arriva prima della politica.

