La tregua di due settimane tra Usa e Iran ha congelato l’escalation, ma non ha rimesso davvero in sicurezza lo Stretto di Hormuz. Per questo a Bruxelles prende corpo l’idea di un contatto diretto con Teheran: non come prova di forza europea, ma come ammissione tardiva di una dipendenza energetica e politica che il conflitto ha reso impossibile da nascondere.

Secondo una ricostruzione di Repubblica, a Bruxelles si starebbe valutando la possibilità di bypassare l’alleato americano e aprire un canale diretto con Teheran per affrontare il nodo Hormuz. È un’indiscrezione pesante, ma va scritta con precisione: oggi non esiste un annuncio ufficiale dell’Unione europea che confermi una trattativa formale già aperta con l’Iran. Esiste però un fatto politico molto concreto: l’Europa si sta muovendo perché ha capito di non potersi permettere di restare ostaggio, ancora una volta, delle mosse di Washington e dei tempi della Casa Bianca.

La tregua americana, infatti, non ha sbloccato davvero lo Stretto di Hormuz. Le istituzioni europee hanno accolto con favore il cessate il fuoco, ma insistono sulla necessità di trasformarlo in un’intesa duratura capace di far ripartire davvero le spedizioni. È qui che la crisi smette di essere soltanto mediorientale e diventa pienamente europea: secondo Reuters, circa l’8,5% del GNL dell’Ue, il 7% del petrolio e il 40% di jet fuel e diesel transitano da Hormuz. Tradotto: basta che quello stretto resti instabile per mettere sotto pressione energia, logistica e trasporti europei.

Il cambio di tono di Bruxelles si vede bene confrontando due momenti diversi. Il 4 marzo la Commissione europea parlava ancora di assenza di preoccupazioni immediate per la sicurezza degli approvvigionamenti di petrolio e gas. Poi, al Consiglio Affari Esteri del 16 marzo, il linguaggio è cambiato: i ministri hanno discusso dei rischi per rotte commerciali, mercati finanziari ed energia, e Kaja Kallas ha definito il riavvio delle spedizioni di fertilizzanti, cibo ed energia attraverso Hormuz una “urgent priority”. È il passaggio da una rassicurazione burocratica a una preoccupazione strategica vera.

Questo è il punto politico più interessante. Nella conferenza stampa ufficiale del Servizio europeo per l’azione esterna, Kallas ha detto una frase che pesa: “This is not Europe’s war, but Europe’s interests are directly at stake.” E nello stesso intervento ha ricordato che l’Unione discute di come proteggere meglio la navigazione e di come sostenere una de-escalation credibile. In poche parole: la guerra non è europea, ma il conto economico e strategico rischia di esserlo eccome.

Da qui nasce l’idea di un possibile canale europeo con Teheran. Non perché l’Unione abbia finalmente trovato una sua autonomia strategica, ma perché si è accorta di non potersi limitare a seguire le mosse americane. Kallas ha parlato apertamente di contatti diplomatici e di ricerca di soluzioni, mentre la ricostruzione di Repubblica colloca dentro questo quadro l’ipotesi di un passaggio più diretto con l’Iran per sbloccare almeno il transito delle navi europee. Non siamo davanti a una grande svolta ufficiale già formalizzata, ma nemmeno a una fantasia senza basi: siamo davanti a una Ue che, in ritardo, capisce di non poter restare immobile.

Naturalmente c’è un ostacolo enorme, ed è politico prima ancora che diplomatico. Il 19 febbraio il Consiglio dell’Unione europea ha inserito formalmente i Guardiani della Rivoluzione islamica (IRGC) nella lista europea delle organizzazioni terroristiche. Questo non chiude automaticamente ogni canale con lo Stato iraniano, ma rende molto più tossico qualunque passaggio che possa essere percepito come apertura verso uno dei centri reali del potere di Teheran. In altre parole: l’Europa ha irrigidito il proprio linguaggio politico e ora scopre quanto diventi difficile trattare quando la realtà strategica lo impone.

La vera notizia, allora, non è che Bruxelles abbia già aperto una grande trattativa autonoma con Teheran. La vera notizia è più scomoda: l’Unione europea sta pensando a un proprio canale perché ha finalmente capito di essere troppo dipendente per restare ferma. Dopo settimane passate a inseguire gli annunci di Trump, a subire il peso delle decisioni altrui e a misurare il rischio di una nuova scossa energetica, Bruxelles prova a ritagliarsi uno spazio. Non è ancora autonomia strategica. È qualcosa di meno nobile, ma forse più sincero: una tardiva presa d’atto della propria debolezza.

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