Iran, tregua in bilico: Israele continua in Libano e Hormuz resta sotto controllo iraniano

Il cessate il fuoco di due settimane annunciato da Trump ha fermato lo scontro diretto con l’Iran, ma non ha spento la guerra nella regione. Netanyahu continua a colpire il Libano, Teheran lega il passaggio nello stretto alle trattative e persino l’Italia protesta dopo i colpi contro un convoglio Unifil.

La tregua c’è, ma assomiglia più a una pausa armata che a una vera de-escalation. Il punto da cui partire è questo: l’accordo di due settimane fra Stati Uniti e Iran, annunciato da Donald Trump alla vigilia della sua stessa deadline, non ha chiuso la crisi mediorientale. Ha fermato, almeno per ora, il salto diretto verso nuovi bombardamenti americani contro l’Iran, ma ha lasciato aperti quasi tutti i nodi veri: Libano, Hezbollah, regole di passaggio a Hormuz, termini reali del negoziato e livello di fiducia tra le parti. Reuters e AP raccontano infatti un cessate il fuoco pieno di versioni incompatibili, in cui Washington e Teheran rivendicano entrambe una vittoria e continuano a leggere l’accordo in modo diverso.

Il primo elemento che incrina subito la tregua è il Libano. Israele ha accettato la pausa americana nei confronti dell’Iran, ma ha chiarito quasi immediatamente che il cessate il fuoco non vale per Hezbollah. Reuters riferisce che l’ufficio di Benjamin Netanyahu ha sostenuto apertamente questa linea, smentendo la lettura pakistana secondo cui l’intesa avrebbe dovuto coprire anche il fronte libanese. Nelle ore successive Israele ha lanciato la più pesante ondata di raid della guerra su Beirut, sulla Bekaa e sul sud del Paese, con almeno 112 morti e oltre 800 feriti secondo il ministero della Sanità libanese. In altre parole: mentre Trump parlava di tregua, il conflitto si spostava e si allargava sul terreno libanese.

È proprio su questo punto che la tregua rischia di saltare politicamente prima ancora che militarmente. Per l’Iran, spiegano AP e Reuters, la prosecuzione dell’offensiva israeliana in Libano mette in discussione lo spirito stesso dell’accordo. Teheran ha lasciato intendere che non considera chiuso il dossier se il fronte libanese resta acceso, mentre fonti vicine a Hezbollah hanno fatto sapere che il movimento ha sospeso gli attacchi in base alla tregua, salvo poi vedere Israele continuare a colpire. Questo significa che il cessate il fuoco non è un testo condiviso in modo limpido, ma una formula elastica che ogni attore sta cercando di piegare ai propri obiettivi.

Il secondo nodo, ancora più delicato, è Hormuz. La versione più prudente e più solida è che lo stretto non è tornato affatto alla normalità. Reuters spiega che dopo l’accordo gli armatori e i grandi operatori chiedono ancora chiarimenti urgenti, perché il passaggio resta soggetto a coordinamento militare iraniano e non esiste, al momento, una libertà di navigazione piena come prima della guerra. L’ambasciatore iraniano a Ginevra ha detto a Reuters che durante queste due settimane “le cose non saranno normali” e che le navi dovranno fornire dettagli su proprietà e carico; ha anche aggiunto che l’intera guerra potrebbe cambiare il futuro regime giuridico dello stretto. Quindi la tregua non ha riaperto davvero Hormuz: ha solo congelato il rischio peggiore, lasciando però l’Iran in posizione di controllo e di pressione.

Questo punto conta enormemente perché è lì che si misura la vera portata economica dell’intesa. Secondo Reuters, dentro il Golfo restano ancora circa 187 petroliere con circa 172 milioni di barili fra greggio e prodotti raffinati, mentre Maersk e Hapag-Lloyd continuano a muoversi con enorme cautela. Il primo via libera a qualche nave non basta a parlare di ritorno alla normalità, e gli operatori del settore stimano che la normalizzazione del traffico potrebbe richiedere settimane, forse mesi. Il mercato ha reagito al cessate il fuoco scaricando una parte del premio geopolitico sul petrolio, ma la logistica reale dice una cosa diversa: la rotta energetica più importante del mondo resta ancora appesa a un equilibrio molto fragile.

In questo quadro si inserisce anche l’Italia, e non in modo marginale. Reuters riferisce che Roma ha convocato l’ambasciatore israeliano dopo che colpi d’arma da fuoco hanno centrato un convoglio italiano di Unifil in Libano, senza causare feriti ma danneggiando un mezzo. Antonio Tajani ha parlato di violazione della risoluzione Onu 1701, mentre Giorgia Meloni ha chiesto a Israele di fermarsi, definendo irresponsabile il prosieguo delle operazioni. È un passaggio importante perché segnala che la crisi non è più solo un dossier estero astratto: tocca direttamente uomini, mezzi e credibilità dell’Italia dentro una missione internazionale sul terreno.

Nel frattempo, sul piano diplomatico, la tregua resta appesa al prossimo passaggio negoziale. Reuters scrive che il Pakistan vuole portare delegazioni americane e iraniane a Islamabad già da venerdì, ma Teheran si presenta al tavolo con una cautela estrema e con una sfiducia dichiarata verso Washington. L’ambasciatore iraniano Bahreini ha detto esplicitamente che l’Iran non ripone fiducia nell’altra parte e che mantiene le forze armate in stato di piena prontezza. Questo rende il negoziato molto diverso da un processo di pace vero: si tratta, piuttosto, di capire se le due settimane servano a costruire un’intesa più solida o solo a rinviare il prossimo punto di rottura.

Anche la comunicazione politica americana aiuta a capire quanto la tregua sia fragile. La Casa Bianca continua a presentarla come una vittoria di Trump e come la prova che la minaccia dell’“eliminazione di una civiltà” abbia funzionato. Ma AP fa notare che proprio mercoledì la portavoce Karoline Leavitt ha difeso quella frase come uno strumento efficace di pressione, mentre le stesse autorità iraniane la leggono come l’ennesima prova che l’accordo è stato strappato sotto minaccia e che quindi non può reggersi su basi di fiducia. Quando una tregua nasce da pretese reciproche di resa dell’altro, il rischio di ricadere subito nella spirale dell’escalation resta altissimo.

Il punto finale, allora, è semplice: la tregua del 8 aprile non è la fine della guerra, ma il suo congelamento imperfetto. Israele continua a bombardare il Libano, l’Iran non restituisce a Hormuz una normalità piena e trasparente, gli armatori non si fidano ancora, le potenze occidentali parlano di de-escalation ma si muovono dentro una regione che resta incendiata. Il dato politico più onesto è questo: Trump ha ottenuto una pausa, non una pace. E se Libano e stretto di Hormuz restano fuori da un’intesa davvero condivisa, il rischio è che il cessate il fuoco si riveli soltanto una parentesi tra due fasi della stessa crisi.

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