Dopo la terza esclusione consecutiva, la destra chiede dimissioni e audizioni in Parlamento: il solito copione, trasformare una crisi strutturale in un bersaglio politico comodo.
L’Italia fuori dai Mondiali 2026 è un fallimento storico. Ma il punto politico, oggi, non è soltanto la disfatta sportiva. È il modo in cui il Governo ha deciso di usarla.
Dopo l’eliminazione contro la Bosnia ai rigori, terza mancata qualificazione consecutiva dopo il 2018 e il 2022, da Fratelli d’Italia e Lega è partita subito la richiesta di dimissioni di Gravina. In Parlamento è stata chiesta un’informativa del ministro Andrea Abodi, mentre esponenti della maggioranza hanno invocato un cambio al vertice della FIGC. Intanto anche Gennaro Gattuso ha chiesto scusa pubblicamente dopo la sconfitta.
Attenzione: Gravina ha responsabilità evidenti. Sarebbe assurdo negarlo. Ma proprio qui si vede il trucco politico. Perché quando un sistema fallisce per anni, quando salta il terzo Mondiale di fila, quando il calcio italiano mostra da tempo problemi di vivaio, programmazione e visione, ridurre tutto a un solo nome è il modo più semplice per evitare il punto centrale.
La destra sta facendo esattamente questo: trasformare una crisi del calcio italiano in una polemica personalizzata – magari per recuperare terreno dopo la sconfitta al referendum. Così può mostrarsi indignata, battere i pugni, invocare la svolta e allo stesso tempo evitare una discussione più scomoda su come sia stato gestito davvero il sistema, su quali riforme siano mancate e su perché ogni disastro venga affrontato solo dopo l’ennesima umiliazione.
I fatti, però, restano lì. L’eliminazione è stata descritta come una caduta senza precedenti per una nazionale quattro volte campione del mondo, con una pressione crescente sui vertici federali e richieste sempre più esplicite di un cambio di rotta.
E allora la domanda è semplice: davvero la maggioranza si accorge adesso del disastro? Dopo anni di fallimenti?
Perché il punto non è se Gravina debba restare oppure no. Il punto è che la politica, soprattutto quella di governo, arriva come sempre dopo. Prima lascia sedimentare il fallimento, poi quando il fallimento esplode prova a intestarsi la rabbia del Paese. È un copione già visto: si evita la discussione seria mentre il problema cresce, poi ci si presenta come i primi a chiedere pulizia quando ormai è troppo tardi.
In questo senso, il caso Mondiali dice qualcosa di più generale anche sulla destra italiana. Appena la realtà presenta un conto pesante, parte il meccanismo dello scarico immediato della responsabilità: trovare un colpevole visibile, alzare il tono, trasformare una crisi lunga in un processo mediatico e parlamentare. Così si produce un effetto utile alla propaganda: la destra non appare come parte del sistema che ha lasciato marcire il problema, ma come forza che arriva a fare ordine nel disastro.
Solo che il calcio italiano non è crollato in una notte. E non si salva con gli slogan. Non bastano una richiesta di dimissioni, un post indignato o un’audizione in commissione per nascondere il fatto che l’Italia manca il Mondiale per la terza volta di fila. Quando il fallimento è così profondo, il problema non è solo il vertice. È tutto ciò che sotto quel vertice non ha funzionato per anni.
Per questo la lettura più onesta è anche la più scomoda: FdI e Lega contro Gravina possono anche alzare la voce, ma non possono far finta che basti un capro espiatorio per assolversi dal disastro del calcio italiano – e gli italiani lo sanno molto bene.


