SWG e Tecnè frenano la lettura del “crollo”, ma Noto, Pagnoncelli, Ghisleri e la Supermedia YouTrend mostrano un quadro meno rassicurante per la premier.
A leggere certa stampa di destra, sembrerebbe che il referendum non abbia lasciato alcuna traccia. Tutto fermo, tutto sotto controllo, tutto già archiviato. Ma quando si mettono in fila più sondaggi politici dopo il referendum, il quadro cambia. Non perché Giorgia Meloni sia crollata. Questo, semplicemente, non è accaduto. Ma nemmeno si può sostenere seriamente che non si sia mosso nulla.
Il pezzo pubblicato da nicolaporro.it punta su una tesi netta: il voto referendario non avrebbe inciso sugli equilibri politici, perché sia SWG sia Tecnè vedrebbero Fratelli d’Italia stabile attorno al 29,2-29,5% e variazioni minime per gli altri partiti. È una lettura possibile, ma solo se si selezionano proprio quei sondaggi e si decide di fermarsi lì.
Infatti già il sondaggio SWG per TgLa7 del 30 marzo, pur confermando FdI al 29,5%, segnala che il Pd sale al 22% e che il Movimento 5 Stelle continua il suo momento positivo, guadagnando un altro decimo. Nello stesso rilevamento, la Lega scende al 6,6% e resta molto alta la quota di chi non esprime preferenze, pari a circa un terzo dell’elettorato. Dunque: stabilità sì, ma dentro una stabilità che non premia tutta la maggioranza allo stesso modo e che lascia intravedere uno spazio ancora aperto per le opposizioni.
Se poi si allarga davvero il confronto, la fotografia diventa ancora meno comoda per Palazzo Chigi. Il sondaggio Noto per Porta a Porta, pubblicato da Adnkronos all’indomani del referendum, assegna a FdI il 29%, cioè mezzo punto in meno rispetto alla rilevazione precedente, mentre il Pd sale al 22% e il M5S al 13%, entrambi con un +0,5. Anche Forza Italia cresce e la Lega viene data all’8%. Qui il messaggio è chiaro: nessun terremoto, ma l’onda del referendum qualche effetto lo lascia eccome, soprattutto nel rafforzamento delle opposizioni e in particolare del Movimento 5 Stelle.
Lo stesso vale per le letture più aggregate. La Supermedia YouTrend/Agi del 26 marzo registra FdI al 28,2% (-0,6) e Pd al 21,8% (+0,2); inoltre, secondo quella elaborazione, il campo largo arriverebbe al 45,4%, contro il 44,6% del centrodestra. Una Supermedia non è il Vangelo, ma proprio perché mette insieme più rilevazioni pesa più di un singolo sondaggio usato per rassicurare il proprio campo. E se una media ponderata racconta un leggero arretramento di Meloni e un recupero delle opposizioni, liquidare tutto con un “non è successo niente” diventa molto più difficile.
Anche le ricostruzioni di Pagnoncelli per il Corriere della Sera e di Ghisleri per La Stampa vanno nella stessa direzione generale: FdI in calo, Pd e M5S in crescita, con una dinamica che può cambiare molto a seconda delle alleanze e del ruolo di Vannacci, ma che non assolve affatto il governo. HuffPost, riassumendo proprio quei due rilevamenti, parla di variazioni contenute ma reali, e non di immobilità totale.
E allora il punto politico qual è? Che Giorgia Meloni non è stata travolta, ma ha perso la possibilità di raccontare il referendum come una parentesi senza conseguenze. Perché i sondaggi più favorevoli alla premier mostrano al massimo una tenuta, non un rilancio. E quelli meno favorevoli mostrano invece una erosione lieve ma riconoscibile, con due dati politici da non sottovalutare: il Pd cresce, ma cresce anche il Movimento 5 Stelle, che in più di una rilevazione si conferma il partito che intercetta meglio una parte del disagio sociale e del voto di opposizione.
Per questo il racconto più corretto non è quello del trionfo dell’opposizione, ma neppure quello dell’assoluzione di Meloni. La formula giusta, oggi, è un’altra: la premier tiene, ma non allarga. E quando dopo una sconfitta politica importante non allarghi, mentre gli avversari recuperano terreno, il problema non è solo statistico. Diventa politico.


