Meloni non taglia le accise promesse, e ora vola nel Golfo per arginare i danni della Guerra

Il Governo Meloni proroga solo un taglio temporaneo sui carburanti mentre benzina e diesel restano alti. E la missione lampo della premier nel Golfo arriva proprio quando la promessa sulle accise torna a presentare il conto.

Per anni Giorgia Meloni ha usato il tema delle accise come una delle bandiere più facili da agitare contro chi governava. Il problema, oggi, è che il taglio delle accise promesso non è mai arrivato in modo strutturale. Non solo: il governo Meloni ha anche lasciato scadere lo sconto introdotto nel 2022 dal governo Draghi, dopo averlo confermato fino alla fine di quell’anno e poi non averlo rinnovato dal 1° gennaio 2023. Pagella Politica ricorda sia questo passaggio sia il fatto che nel programma elettorale di Fratelli d’Italia fosse prevista la riduzione del prelievo su energia e carburanti.

Quello che c’è adesso è un’altra cosa: un taglio temporaneo delle accise deciso in piena emergenza. Reuters riferisce che il governo ha prorogato fino al 1° maggio la riduzione delle imposte sui carburanti con un intervento da circa 500 milioni di euro, dopo un primo stanziamento da 417,4 milioni varato a marzo. Non è una riforma stabile. È una misura tampone, limitata nel tempo, resa necessaria dal rialzo del petrolio e dal rischio che il caro carburanti diventi ancora più pesante per famiglie e imprese.

I numeri spiegano bene perché Palazzo Chigi sia stato costretto a intervenire. Secondo il Mimit, rilanciato da ANSA il 3 aprile, il prezzo medio nazionale in modalità self è di 1,763 euro al litro per la benzina e di 2,096 euro per il gasolio; sulla rete autostradale il diesel self arriva a 2,137 euro. In altre parole, anche con lo sconto temporaneo il gasolio resta stabilmente sopra i due euro, con effetti diretti su trasporti, logistica e prezzi finali.

Dentro questo quadro, la missione di Meloni nel Golfo assume un significato politico difficile da ignorare. Ufficialmente, Reuters scrive che la premier si è recata in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti per rafforzare i rapporti e consolidare la sicurezza energetica italiana; la stessa agenzia sottolinea che si tratta del primo viaggio di un leader Ue nell’area dall’inizio del conflitto. Ma il dato politico è il tempismo: quel viaggio arriva proprio mentre il governo è costretto a prorogare un taglio solo temporaneo delle accise. Per questo, sul piano politico, la missione può essere letta come un tentativo di arginare i danni di una promessa mancata che ora torna a pesare.

Il punto più serio, però, è che l’Italia continua a muoversi soprattutto con misure tampone, mentre manca una vera politica energetica strutturale. Se dopo oltre 900 milioni di euro tra primo intervento e proroga il gasolio resta sopra i due euro, il sollievo è limitato e il problema resta tutto lì. In questo senso, i soldi spesi oggi appaiono più come risorse usate per inseguire l’emergenza che per risolverla davvero. È una valutazione politica, certo, ma poggia su un dato semplice: i prezzi restano alti nonostante l’intervento fiscale.

Anche perché i mercati non stanno trattando la guerra con l’Iran come una parentesi breve. Reuters riferisce che J.P. Morgan vede il greggio sopra i 100 dollari per tutto il secondo trimestre anche nello scenario base e avverte che, se le interruzioni nello Stretto di Hormuz dovessero durare più a lungo, il petrolio potrebbe salire oltre i 150 dollari al barile. Non è soltanto un problema per chi fa benzina: è un rischio macroeconomico che può colpire inflazione, consumi, crescita e finanza pubblica.

Il governo, infatti, sa bene che la questione non si ferma alla pompa di benzina. Reuters riporta che Giancarlo Giorgetti considera possibile che l’Italia non riesca a centrare il deficit al 2,8% del PIL nel 2026 se la crisi energetica dovesse durare. Non siamo davanti a un ritorno automatico al modello Covid, ma è chiaro che lo spazio fiscale si restringe proprio mentre Palazzo Chigi deve spendere altre risorse per contenere gli effetti del caro energia.

A rendere il clima ancora più teso c’è anche un altro elemento: Guido Crosetto ha ammesso di non dormire la notte per la guerra. Il Post ha riportato che il ministro della Difesa ha raccontato di non riuscire a dormire per le possibili conseguenze del conflitto in Medio Oriente. Non è una frase secondaria: segnala che dentro l’esecutivo la crisi viene percepita come qualcosa di molto più serio di una normale turbolenza internazionale. E se perfino il ministro della Difesa usa toni del genere, diventa ancora più difficile raccontare la proroga sulle accise come una scelta serena e pianificata.

A questo si aggiunge un altro segnale pesante: in Europa non si parla più soltanto di rincari, ma anche di possibili misure straordinarie. Reuters riporta che il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen ha detto che l’UE deve prepararsi a uno “shock energetico di lunga durata” e che Bruxelles sta valutando tutte le opzioni, compresi razionamenti di carburante e un maggiore ricorso alle riserve strategiche. Questo non significa che il razionamento sia imminente in Italia, ma rende molto più chiaro il livello della preoccupazione.

Per questo il punto politico resta netto. Meloni aveva costruito parte della propria credibilità sull’idea di tagliare le accise. Non lo ha fatto in modo strutturale. Anzi, ha lasciato scadere anche il taglio già introdotto da Draghi, salvo poi tornare oggi a una riduzione temporanea perché costretta dall’emergenza. E nello stesso tempo vola nel Golfo mentre dentro il governo cresce apertamente la preoccupazione. È qui che la propaganda si rompe: quando la realtà costringe un esecutivo a inseguire l’emergenza che aveva promesso di risolvere.

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