Alla Camera la premier ha detto che le morti nel Mediterraneo sono diminuite. Ma i numeri dell’OIM raccontano l’opposto: il 2026 si sta già imponendo come uno degli inizi d’anno più letali dal 2014. E allora il punto politico è semplice: non si può trasformare una strage in uno slogan di governo.
Giorgia Meloni ha scelto di forzare la mano su uno dei terreni più delicati di tutti. Nel resoconto stenografico della Camera resta agli atti una rivendicazione netta: il governo avrebbe ridotto gli sbarchi, aumentato i rimpatri e fatto diminuire anche le morti in mare. È una frase pesante, perché non riguarda un dettaglio tecnico o una percentuale secondaria, ma il cuore umano e politico del dossier migratorio. Quando una presidente del Consiglio dice in Aula che le vittime nel Mediterraneo sono diminuite, sta dicendo al Paese che la sua linea ha prodotto un risultato anche sul terreno più tragico.
Il problema, per Palazzo Chigi, è che i dati dell’OIM raccontano altro. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni parla di almeno 990 morti o dispersi nel Mediterraneo dall’inizio del 2026, di cui circa 765 nella sola rotta centrale, quella che più direttamente riguarda l’Italia. Non solo: l’agenzia dell’ONU definisce questo inizio d’anno come uno dei più mortali dal 2014 e segnala, per la rotta centrale, un aumento di circa il 150 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025. Questo è il punto che fa saltare la narrazione meloniana: si può difendere la propria politica dei confini, ma non si può raccontare un calo delle vittime quando gli organismi internazionali certificano il contrario.
Qui il tema non è neppure soltanto statistico. È politico, e perfino morale. Perché una cosa è sostenere che il governo abbia provato a ridurre gli arrivi; altra cosa è usare quei numeri per suggerire che il Mediterraneo sia diventato meno letale grazie alle scelte dell’esecutivo. Il passaggio è decisivo: nel primo caso si discute di strategia, nel secondo si rischia di piegare una tragedia a una logica autocelebrativa. Ed è esattamente su questo scarto che le opposizioni, e in particolare il M5S, hanno gioco facile nel colpire. Non serve alzare i toni artificialmente: basta mettere fianco a fianco la frase pronunciata in Parlamento e il quadro restituito dall’OIM per vedere la contraddizione.
La destra prova da tempo a costruire una formula semplice, quasi meccanica: meno partenze, meno arrivi, meno morti. Ma il Mediterraneo reale non funziona così. Le rotte cambiano, i trafficanti cambiano metodi, il mare resta lo stesso, e spesso diventa ancora più spietato proprio quando i viaggi si fanno più invisibili, più rischiosi, più disperati. Per questo la formula propagandistica regge bene in un comizio, molto meno davanti a un bollettino internazionale che parla di centinaia di persone scomparse in pochi mesi.
È qui che la frase di Meloni diventa politicamente tossica. Perché non si limita a enfatizzare un risultato: prova a riscrivere il significato dei fatti. Se il 2026 viene descritto dagli organismi internazionali come uno degli inizi d’anno più letali dell’ultimo decennio, allora non siamo davanti a una riduzione delle morti da rivendicare, ma a una tragedia ancora pienamente in corso. E quando la distanza tra racconto ufficiale e realtà si allarga così tanto, il problema non è più la retorica: è la credibilità di chi governa.
Per questo il nodo politico resta inchiodato lì. Meloni ha voluto usare il tema migratorio come prova della propria efficacia complessiva, ma proprio sul terreno più sensibile ha scelto l’argomento meno difendibile. Non perché la materia non sia controversa, ma perché i numeri di queste settimane sono troppo netti per essere piegati senza lasciare traccia. E allora la questione, al fondo, è semplice: si può discutere di confini, accordi e rimpatri quanto si vuole, ma quando i morti aumentano non li si può trasformare in un successo narrativo. Quello non è governo. Quella è propaganda, e pure di quella più cinica.

