Dopo il rigore sbagliato a Zenica, l’attaccante dell’Inter torna a parlare e respinge il racconto più tossico di questi giorni: non si definisce un fenomeno, non si sente da 100 milioni e non scappa dalle responsabilità. A 20 anni, forse, sta mostrando più lucidità lui di molti adulti che lo hanno già trasformato in simbolo, bersaglio o slogan.
Francesco Pio Esposito ha parlato, finalmente. E lo ha fatto senza alibi, senza frasi prefabbricate, senza il linguaggio anestetizzato di tante interviste da dopopartita. La frase che ha colpito di più è quella sul rigore sbagliato contro la Bosnia: ha raccontato di essere rimasto quasi immobile, con lo sguardo fisso, incapace di metabolizzare quello che era appena successo, sentendosi “sotto terra”. Il primo pensiero, ha spiegato, è stato quello di aver deluso compagni, famiglia, amici e tifosi. Poi però ha aggiunto il passaggio che pesa davvero: i rigori li tirerà ancora. Perché chi va sul dischetto si espone, ma soprattutto si assume una responsabilità.
Il contesto, del resto, era tutto fuorché leggero. A Zenica l’Italia ha perso ai rigori contro la Bosnia dopo l’1-1 dei supplementari ed è rimasta fuori dal Mondiale per la terza edizione consecutiva; nella serie finale gli errori decisivi sono stati quelli di Pio Esposito e Bryan Cristante, in una serata già segnata dall’espulsione di Bastoni e da oltre ottanta minuti giocati in inferiorità numerica. È dentro questa cornice che va letta l’intervista del centravanti nerazzurro: non come lo sfogo di un ragazzo ferito e basta, ma come la risposta di uno che ha capito perfettamente che in Italia, appena sbagli, rischi di diventare il volto comodo del fallimento collettivo.
Ma il punto più interessante delle sue parole è un altro, ed è anche quello più politico nel senso sportivo del termine. Esposito ha detto che attorno a lui c’è stata “esagerazione, sia nel bene che nel male”. E ha ragione. Per settimane è stato raccontato come il predestinato, il centravanti del futuro, il ragazzo da proteggere ma anche da esibire. Poi è bastato un errore dal dischetto per vedere affiorare il contrario: il sospetto, l’ironia, il riflesso social del “pompato dai media”. La sua replica, però, è stata molto più pulita del rumore che gli girava attorno: non ho colpe, non ho mai detto di essere un fenomeno o di valere 100 milioni. In una frase sola ha smontato sia la retorica dell’enfant prodige sia il processo sommario costruito subito dopo Zenica.
Ed è difficile dargli torto, anche guardando semplicemente i numeri. Pio Esposito ha 20 anni, è alla sua prima stagione all’Inter dopo il percorso di crescita tra Spezia e settore giovanile nerazzurro, e in Serie A ha già messo insieme 29 presenze e oltre 1.300 minuti. Non è più un ragazzino capitato lì per caso, ma non è nemmeno il giocatore totalizzante che certa narrazione ha provato a costruire troppo in fretta. Persino nel suo racconto personale questa linea è chiarissima: nessuno gli ha regalato nulla, il salto dalla B alla Champions e alla Serie A è stato enorme, e proprio per questo i paragoni roboanti gli sembrano fuori scala. È una lettura molto più matura di quella offerta da chi, intorno a lui, ha bisogno di trasformare ogni giovane talento in un titolo definitivo.
C’è poi un dettaglio che spiega bene il personaggio e anche il momento che sta attraversando. Nell’intervista ha raccontato di lavorare da mesi con uno psicologo dello sport, di usarlo come spazio per sfogarsi e ricevere consigli pratici. Ha anche detto di aver iniziato un corso di inglese. Sembrano dettagli laterali, ma in realtà non lo sono affatto: restituiscono l’immagine di un ragazzo che non sta cercando una scusa, bensì strumenti per reggere il salto. In parallelo, Cristian Chivu aveva già spiegato dopo Bosnia-Italia che la prima cosa che gli interessava sapere era se fosse stato Pio a chiedere di tirare quel rigore: ricevuto il sì, per lui il punto era chiuso, perché il coraggio di prendersi quella responsabilità a quell’età vale più dell’errore.
E allora forse questa vicenda dice qualcosa che va oltre il singolo rigore. Dice che il calcio italiano continua ad avere un rapporto malato con i suoi giovani: li carica troppo presto, li consuma troppo in fretta e poi li giudica come se avessero già dieci anni di carriera alle spalle. Pio Esposito non si è assolto. Non ha dato la colpa al campo, all’ambiente o alla sfortuna. Ha detto di essersi sentito a pezzi, ma ha anche detto che tornerà sul dischetto. È esattamente quello che dovrebbe fare un attaccante vero. E forse, in mezzo a un sistema che passa dal trono al tribunale nel giro di una notte, la notizia più seria è proprio questa: il ragazzo sembra molto più equilibrato del circo che gli gira intorno.

