Stabilicum, il ritorno della legge truffa del 1953?

La destra la vende come riforma della “stabilità”, ma il meccanismo è chiarissimo: premio di maggioranza, possibile ballottaggio e niente preferenze. Non è la stessa legge del 1953, ma il riflesso politico è lo stesso: gonfiare i seggi di chi arriva primo e stringere la rappresentanza a sfavore delle minoranze.

La chiamano Stabilicum, come se bastasse un nome rassicurante per rendere neutrale una scelta che neutrale non è affatto. La proposta messa sul tavolo dalla maggioranza del Governo Meloni, secondo Reuters e ANSA English, cancellerebbe la quota di seggi assegnata oggi nei collegi uninominali e la sostituirebbe con un sistema pienamente proporzionale corretto da un premio di maggioranza per la coalizione che supera il 40%, con ballottaggio se i primi due schieramenti si fermano tra il 35% e il 40%. ANSA aggiunge che il bonus previsto sarebbe di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. E c’è un altro dettaglio decisivo: gli elettori non potrebbero esprimere preferenze. Tradotto: meno scelta per chi vota, più potere per chi compila le liste.

Per capire perché questo progetto venga letto da molti come un pericoloso ritorno al passato, bisogna ricordare da dove arriva la Repubblica italiana. Per tutta la lunga fase che va dal dopoguerra fino al 1993, il sistema elettorale fu sostanzialmente proporzionale. Il Portale storico della Camera ricorda che alla Camera si votava con liste concorrenti e con la possibilità di esprimere tre o quattro preferenze, a seconda dell’ampiezza del collegio. Non era un dettaglio tecnico, ma una scelta politica precisa: impedire che una forza potesse prendersi tutto e costringere il governo, qualunque governo, a fare i conti con la complessità del Paese.

Certo, i governi cadevano spesso. È il ritornello che viene sempre usato per screditare la Prima Repubblica. Ma il punto è che la frequenza delle crisi di governo non coincide automaticamente con il fallimento del Paese. Le ricostruzioni internazionali ricordano che l’Italia ha avuto un turnover altissimo degli esecutivi, eppure ha continuato a crescere, produrre, esportare e pesare in Europa. Il problema, allora come oggi, non era la rappresentanza in sé: era la qualità delle classi dirigenti e la loro capacità di tradurre la mediazione politica in scelte efficaci.

Ed è qui che salta una delle favole preferite del maggioritarismo italiano: l’idea che più rappresentanza significhi automaticamente meno forza economica. Non andò così. Nel 1991, con Francesco Cossiga al Quirinale, il dibattito pubblico italiano fu attraversato dal cosiddetto sorpasso: un rapporto di Business International, ripreso allora da Repubblica, presentò l’Italia come quarta potenza industriale del mondo, davanti a Francia e Gran Bretagna, indicando un PIL a prezzi correnti di 1.268 miliardi di dollari, contro 1.209 della Francia e 1.087 del Regno Unito. È una formula che va letta con la prudenza dovuta ai criteri statistici dell’epoca – ovviamente – ma il punto politico resta intatto: l’Italia della mediazione parlamentare non era affatto un Paese marginale o impotente.

La svolta arrivò nel 1993 con il Mattarellum. Da quel momento, il sistema venne riscritto in nome della “governabilità”: tre quarti dei seggi furono attribuiti in collegi uninominali e solo il resto rimase in quota proporzionale. Fu l’inizio di una lunga stagione in cui si è cercato di far passare un messaggio molto semplice e molto tossico: che la rappresentanza sia un problema da correggere, e non il cuore della democrazia parlamentare. Da allora quasi ogni riforma elettorale è stata presentata come la medicina definitiva contro l’instabilità, ma quasi sempre il risultato concreto è stato un altro: meno peso agli elettori, più peso alle segreterie.

Il premio di maggioranza, del resto, in Italia non ha mai avuto una storia innocente. La legge Acerbo del 1923, approvata all’indomani della marcia su Roma, assegnava alla lista vincente che avesse superato il 25% dei voti i due terzi dei seggi. Non fu una riforma neutrale: fu uno degli strumenti che aiutarono il fascismo a consolidare il proprio controllo parlamentare. Quando oggi qualcuno prova a raccontare il premio di maggioranza come semplice tecnica di semplificazione, dimentica o finge di dimenticare che in Italia questo meccanismo ha una genealogia politica molto precisa.

Il precedente che più colpisce, però, è quello del 1953. La cosiddetta legge truffa attribuiva il 65% dei seggi della Camera alla coalizione che avesse superato il 50% più uno dei voti validi. Non scattò per un soffio, ma il segno politico rimase fortissimo: modificare la legge elettorale per trasformare un vantaggio elettorale in una sovrarappresentazione parlamentare. È per questo che il paragone con oggi non è un semplice slogan. Lo Stabilicum non è la stessa legge, ma richiama la stessa logica di fondo: gonfiare artificialmente la maggioranza in nome della stabilità.

Nemmeno la Seconda Repubblica ha abbandonato questa ossessione. Il Porcellum del 2005 mise insieme premio di maggioranza e liste controllate dall’alto. Nel 2014 la Corte costituzionale intervenne e colpì proprio il cuore della legge: giudicò illegittimo il premio perché attribuito senza una soglia minima ragionevole, capace quindi di trasformare una maggioranza relativa anche modesta in una maggioranza assoluta di seggi. Nella stessa sentenza, la Consulta contestò anche un sistema che svuotava la scelta degli elettori sui candidati. È un passaggio decisivo, perché mostra che in Italia la tensione tra governabilità e rappresentanza non è un’invenzione polemica: è già stata riconosciuta dalla giurisprudenza costituzionale.

Poi arrivò l’Italicum di Matteo Renzi, altro tentativo di piegare il sistema a una forte logica maggioritaria. La legge prevedeva un premio al 40% e, se nessuno avesse raggiunto quella soglia, un ballottaggio nazionale. Anche lì intervenne la Corte costituzionale, che nel 2017 dichiarò illegittimo il secondo turno così come era stato previsto dalla legge. Il principio che emerge da quella decisione è limpido: il legislatore ha un ampio margine di scelta, ma non può spingersi fino a produrre una distorsione eccessiva tra voti presi e seggi ottenuti.

Ed è proprio questo il nodo dello Stabilicum. La maggioranza lo spaccia per riforma della stabilità, ma le simulazioni richiamate da Reuters raccontano una realtà molto più politica: anche pochi punti di vantaggio potrebbero trasformarsi in una maggioranza parlamentare molto più comoda per Giorgia Meloni e i suoi alleati. In altre parole, non si tratta solo di “semplificare” il quadro, ma di costruire una rete di protezione istituzionale per chi oggi è già davanti, soprattutto quando c’è molto astensionismo. E se a questo si aggiunge l’assenza di preferenze, il risultato è ancora più chiaro: si riduce il potere degli elettori e si rafforza quello delle leadership di partito.

È qui che il tema smette di essere tecnico e torna a essere profondamente democratico. Un Parlamento serve a rappresentare un Paese, non a falsarlo per renderlo più comodo a chi governa. La Prima Repubblica aveva limiti enormi, ma obbligava il potere a fare i conti con le minoranze, con la discussione, con la mediazione. Oggi invece si torna a vendere come modernità una vecchia scorciatoia: meno pluralismo, meno preferenze, più seggi regalati a chi arriva primo. E ogni volta che in Italia si è provato a imboccare troppo questa strada, il risultato è stato lo stesso: una democrazia più povera e un cittadino che conta di meno.

Lascia un commento