Trump denuncia la “pessima gestione” iraniana dello Stretto di Hormuz e sostiene che “non è questo l’accordo”. Ma Israele conferma che in Libano non c’è alcun cessate il fuoco, mentre Beirut chiede una tregua come condizione preliminare ai colloqui. Intanto nello stretto passano al massimo 15 navi al giorno, 187 petroliere restano nel Golfo e il mercato energetico continua a muoversi come se la crisi fosse ancora tutta aperta.
Donald Trump prova a presentare la tregua con l’Iran come un risultato politico, ma la realtà del Medio Oriente resta molto più caotica. Il problema, oggi, non è solo il fatto che Hormuz non sia tornato alla normalità. Ma che la tregua resti bloccata da una contraddizione evidente: Washington pretende che Teheran riapra davvero lo stretto, mentre Israele continua a considerare il Libano un fronte di guerra aperto. Trump ha attaccato la “pessima gestione” iraniana del petrolio a Hormuz dicendo che “non è questo l’accordo”, ma nello stesso momento la parte libanese del conflitto continua a erodere la credibilità dell’intesa.
Il primo dettaglio che non va perso è questo: Israele apre ai negoziati con il Libano, ma non al cessate il fuoco. Reuters riferisce che Netanyahu ha dato istruzione di avviare colloqui diretti con Beirut “il prima possibile”, con l’obiettivo dichiarato di affrontare il nodo Hezbollah e i rapporti futuri tra i due Paesi. Ma RaiNews, rilanciando le dichiarazioni del capo di stato maggiore Eyal Zamir, chiarisce il punto politico decisivo: in Libano le Idf “non sono in cessate il fuoco”, bensì “in stato di guerra”. Quindi il tavolo diplomatico viene annunciato, ma la guerra resta sul terreno.
Il secondo dettaglio è la posizione libanese, che complica ulteriormente il quadro. Secondo Reuters, Beirut sta lavorando per ottenere una tregua temporanea come condizione preliminare a colloqui più ampi con Israele. Anche Associated Press conferma che il presidente libanese Joseph Aoun sostiene l’idea di una pausa dei combattimenti durante i negoziati e che il governo libanese non ha ancora nemmeno designato formalmente il proprio rappresentante per i colloqui previsti a Washington. Tradotto: Israele dice “trattiamo sotto il fuoco”, il Libano risponde che senza tregua il negoziato nasce zoppo.
Il terzo dettaglio, che spiega perché l’Iran non voglia mollare su Hormuz, è il costo umano e politico del fronte libanese. AP riferisce che gli ultimi bombardamenti israeliani hanno provocato oltre 300 morti e circa 1.150 feriti in Libano, con più di un milione di sfollati e oltre 200 mila rifugiati riparati in Siria. In questo contesto, per Teheran sostenere che il Libano sia “fuori” dalla tregua significa accettare un cessate il fuoco svuotato di senso. Non a caso Reuters riporta che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian considera i raid israeliani tali da rendere i negoziati “privi di significato”.
E qui si arriva al cuore della notizia: per l’Iran, Libano e Hormuz sono ormai lo stesso dossier politico. AP scrive che Teheran insiste sul fatto che il Libano debba rientrare nella tregua, mentre Stati Uniti e Israele respingono questa interpretazione. Reuters conferma che Trump ha detto apertamente che il Libano non fa parte del cessate il fuoco con l’Iran, definendolo una “separate skirmish”. È proprio questa divergenza di lettura a spiegare il cortocircuito: Washington vuole la prova della tregua sul mare, Teheran chiede la prova della tregua sulla terra.
Il quarto dettaglio riguarda quanto Hormuz sia ancora, nei fatti, bloccato. Reuters ha riferito che l’Iran consentirebbe il passaggio di non più di 15 navi al giorno, mentre un altro dispaccio Reuters segnala che il traffico resta ben al di sotto del 10% dei volumi normali. Ancora più significativo è il dato sui carichi in attesa: sempre Reuters, citando Kpler, parla di 187 petroliere dentro il Golfo con circa 172 milioni di barili di greggio e prodotti raffinati a bordo. Non stiamo quindi parlando di una riapertura lenta ma sostanzialmente avviata; stiamo parlando di un collo di bottiglia ancora pienamente politico e militare.
A rendere il quadro ancora più concreto c’è poi la prudenza delle compagnie di navigazione. Reuters riferisce che operatori come Maersk e Hapag-Lloyd restano cauti, mentre Hapag-Lloyd stima che possano servire fino a due mesi per tornare a una circolazione più normale. Un altro dispaccio Reuters segnala che Mitsui O.S.K. Lines aspetta ancora indicazioni di sicurezza prima di spostare parte delle proprie navi dal Golfo. In altre parole, non è solo la diplomazia a non fidarsi: non si fidano ancora nemmeno gli armatori, cioè quelli che dovrebbero trasformare l’accordo in traffico reale.
Nel frattempo il mercato energetico continua a comportarsi come se la crisi non fosse affatto chiusa. Reuters segnala che i prezzi fisici del greggio europeo e africano hanno toccato livelli record e che Barclays vede rischi al rialzo per il Brent se i flussi da Hormuz non si normalizzano rapidamente. La banca parla di una stretta dell’offerta globale e di flussi ancora compressi per 13-14 milioni di barili al giorno. Dunque non c’è solo l’instabilità diplomatica: c’è anche un sistema energetico globale che continua a prezzare il rischio di un blocco prolungato.
E non finisce qui, perché la guerra ha colpito anche altre infrastrutture regionali. Reuters riferisce che gli attacchi in Arabia Saudita hanno ridotto la capacità produttiva del regno di circa 600 mila barili al giorno e tagliato il flusso nell’oleodotto East-West di circa 700 mila barili al giorno. Questo conta molto, perché quel corridoio è una delle poche alternative saudite a Hormuz. Se anche le vie di uscita complementari vengono danneggiate, l’idea che basti una tregua parziale per riportare rapidamente stabilità appare ancora meno credibile.
C’è poi il lato più scomodo per Washington, quello che Repubblica mette a fuoco bene e che Reuters conferma sui numeri: gli Stati Uniti stanno anche beneficiando della crisi energetica. Reuters scrive che la guerra ha fatto impennare i margini delle raffinerie della Gulf Coast, con utilizzo oltre il 95% ed esportazioni record di prodotti raffinati a marzo. Un altro dispaccio Reuters segnala che le esportazioni Usa di GNL hanno toccato in marzo il record storico di 11,7 milioni di tonnellate. Questo non significa che Trump controlli la situazione o che la crisi sia “voluta” solo per fare affari, ma rende più visibile il paradosso politico: la Casa Bianca pretende la riapertura di Hormuz mentre una parte dell’industria energetica americana sta guadagnando dalla dislocazione dei flussi globali.
Infine c’è il fronte europeo. AP riferisce che Francia, Germania, Regno Unito, Italia e altri governi insistono su una soluzione negoziata più ampia proprio per evitare che la crisi energetica si trasformi in una frattura geopolitica più profonda. Reuters aggiunge che Emmanuel Macron ha chiesto esplicitamente che il cessate il fuoco sia rispettato anche in Libano. Se persino gli alleati occidentali dicono che la tregua, per reggere, deve coprire pure quel fronte, allora diventa ancora più difficile sostenere che la questione libanese sia davvero un dettaglio separato.
Il punto finale, quindi, non è soltanto che Trump voglia Hormuz aperto e l’Iran non lo apra del tutto. Il punto è che il cessate il fuoco resta ostaggio di due condizioni incompatibili: Israele vuole trattare con il Libano senza fermare davvero la guerra; Beirut e Teheran rispondono che senza una tregua credibile quei negoziati non hanno basi; Washington pretende intanto che sul mare tutto torni a funzionare come prova del successo dell’accordo. È questo il cane che si morde la coda: una tregua che dovrebbe sbloccare Hormuz, ma che non può sbloccarlo davvero finché il Libano continua a bruciare.

