Il governo sospende il rinnovo automatico del memorandum militare tra Italia e Israele. Non era un atto vuoto, ma una cornice: molti effetti concreti erano già finiti in contratti separati.
Il punto politico vero non è solo che il governo abbia fermato il rinnovo automatico del memorandum militare con Israele. Il punto è perché abbia potuto farlo proprio adesso. La sospensione annunciata da Giorgia Meloni segna una frenata netta nei rapporti con Tel Aviv e, secondo Reuters, comporta anche lo stop alla cooperazione sull’addestramento militare. Ma la chiave della vicenda è un’altra: quel memorandum serviva davvero, però non coincideva da solo con tutta la cooperazione costruita in vent’anni.
L’accordo, ratificato con la legge 94 del 2005, non era un foglio simbolico lasciato in un cassetto. I documenti parlamentari lo definiscono un “accordo generale quadro” tra Italia e Israele nel settore della difesa. Dentro c’erano approvvigionamenti e industrie della difesa, interscambio di materiali d’armamento, formazione e addestramento del personale, ricerca e sviluppo. Ma c’era soprattutto un punto decisivo: per le attività specifiche, spiegava il Senato, potevano essere conclusi “accordi tecnici specifici”. È qui che si capisce tutto. Il memorandum era la cornice politica e giuridica; gli effetti più concreti potevano poi vivere anche in strumenti separati.
Ed è esattamente quello che è accaduto. Molta cooperazione reale si è poi scaricata su contratti industriali, programmi operativi e pacchetti tecnici autonomi. Nel 2012 Finmeccanica annunciò intese con Israele per circa 850 milioni di dollari attraverso Alenia Aermacchi, Telespazio e Selex Elsag. Dentro quel pacchetto c’erano 30 addestratori avanzati M-346 per l’aeronautica israeliana, il satellite militare OPTSAT-3000 per la Difesa italiana costruito da Israel Aerospace Industries e altri sistemi collegati. Nel 2016 Leonardo ricordava che il contratto per gli M-346 non riguardava soltanto i velivoli, ma anche manutenzione, logistica, simulatori e training. Nel 2022 la stessa azienda spiegava che Israele aveva già firmato nel 2019 un contratto per capacità integrate di addestramento basate anche sugli elicotteri AW119Kx. Tradotto: il rapporto non è rimasto appeso a un memorandum astratto, ma si è sedimentato in commesse e programmi molto concreti.
Per questo la sospensione decisa oggi da Meloni pesa molto sul piano politico e molto meno, nell’immediato, sul piano demolitorio. Reuters aveva già riportato nel marzo 2024 che l’Italia continuava a onorare verso Israele ordini militari già firmati in precedenza, anche dopo il blocco delle nuove autorizzazioni seguito alla guerra di Gaza. In altre parole, ciò che è già stato sottoscritto non evapora automaticamente perché il governo ferma il rinnovo della cornice generale. È una distinzione fondamentale, perché aiuta a leggere la mossa di Palazzo Chigi senza mitizzarla e senza svuotarla: non è una rottura totale della cooperazione costruita fin qui, ma è un segnale forte sul suo futuro.
È proprio qui che la decisione diventa più chiara. Meloni ha potuto accettare la sospensione perché il valore simbolico e politico del gesto è altissimo, mentre il costo operativo immediato resta più contenuto. Se il memorandum fosse stato l’unico pilastro reale dei rapporti militari con Israele, fermarlo avrebbe avuto un impatto molto più traumatico e immediato. Invece la cooperazione si è distribuita nel tempo su una rete di intese tecniche, forniture, addestramento e programmi industriali che non vengono cancellati in blocco da una sola decisione politica. Questa non è una motivazione dichiarata apertamente da Meloni o Crosetto, ma è la lettura più solida che emerge dalla struttura dell’accordo e da ciò che è stato firmato negli anni.
Naturalmente questo non significa che la sospensione sia irrilevante. Al contrario. Bloccare il rinnovo automatico vuol dire dire che da oggi quella cooperazione non può più continuare nel silenzio, come una pratica amministrativa destinata a scorrere da sola. Il governo ha scelto di politicizzare apertamente il dossier proprio perché il contesto mediorientale è peggiorato e perché nelle ultime settimane si sono accumulate tensioni dirette tra Roma e Tel Aviv, anche dopo i fatti in Libano che hanno coinvolto i militari italiani di UNIFIL. La linea di continuità silenziosa non era più sostenibile.
Il risultato è che Meloni può rivendicare una presa di distanza da Israele senza arrivare a smontare davvero tutto ciò che Italia e Israele hanno costruito in vent’anni nel settore difesa. È una soluzione intermedia, e proprio per questo politicamente utile: abbastanza forte da parlare all’opinione pubblica e alle opposizioni che chiedevano uno stop, ma non così radicale da cancellare retroattivamente contratti, forniture e programmi già avviati. È una mossa che pesa sul futuro più che sul passato. E forse è proprio questo il motivo per cui Palazzo Chigi l’ha considerata praticabile.
